L’America nel carrello della spesa

di Françoise Gehring

«Il capitalismo chiama di notte (ma si può non rispondere)». Un titolo che occupa mezza pagina del supplemento «Lettura» del Corriere della Sera di qualche mese fa per presentare il libro dell’americano Jonathan Crary «Il capitalismo all’assalto del sonno». La liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi, l’offensiva pervasiva di un certo tipo di economia, il modello di sviluppo centrato sull’iperconsumismo, sono purtroppo una quotidianità vissuta anche alle nostre latitudini con dimensioni sempre più evidenti.

Opporsi all’estensione degli orari di apertura dei negozi in occasione della votazione del prossimo 28 febbraio, è fondamentale per non peggiorare le condizioni di lavoro di chi è impiegato nella grande distribuzione, sempre più vorace, sempre più arrogante (si veda il comportamento sulla tassa di collegamento). L’estensione degli orari di apertura dei negozi giova di fatto solo agli interessi del grande capitale, non dei piccoli commercianti.

Quella mezz’ora in più – che a tutti può sembrare un’inezia – per chi lavora pesa molto di più di trenta minuti d’orologio. Perché va ad appesantire ulteriormente le condizioni lavorative in un settore dove si passa sempre più spesso da contratti di lavoro a tempo fisso a contratti con orari frammentati dalle 8-20 ore, in cui i/le dipendenti sono spesso costretti/e a stare in ballo dalle 7 del mattino alle 7 di sera.

La liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi non porta nessun ossigeno all’occupazione, non crea nuovi posti di lavoro, ma esaurisce chi già lavora con turni pesanti ed eccessive richieste di flessibilizzazione; tutto ciò si traduce infine in un’inevitabile e maggiore precarietà. Quella mezz’ora in più, che molti qualificano di «apertura alla modernità» o di «adattamento alle nuove esigenze sociali» (di chi? se oggi le persone normali hanno sempre meno soldi da spendere?) non è altro che il grimaldello che ci porterà presto o tardi verso la cosiddetta società H 24, schiava del consumismo e di un modello di sviluppo in cui le merci contano più delle persone. Il capitalismo-che-non-chiude-mai-di-notte – secondo Jonathan Crary – è «un mostro che non è mai sazio» e che rafforza senza sosta l’asservimento alle logiche produttive. L’americanizzazione della società, che celebra il trionfo planetario del mercato che nessuno è più in grado di governare, non è certamente un modello di sviluppo sostenibile, né socialmente, né ecologicamente.

Oggi le pressioni a cui sono sottoposti gli ecosistemi e le risorse sono accompagnati da una accresciuta volatilità economica, da una crescita non equa e da una persistente vulnerabilità sociale. L’umanità sta attualmente utilizzando risorse pari alle capacità ecologiche di una Terra e mezzo. E la maggiore parte di esse sono consumate dai Paesi industriali super sviluppati.

Un cambiamento di rotta dell’attuale modello di sviluppo – basato unicamente sulla produttività e sul consumo – non è solo necessario: è urgente. Nella vita ci deve essere posto per il riposo, le relazioni, i sentimenti, gli affetti, la famiglia. Valori che le spinte liberiste e il consumismo sfrenato soffocano e relegano in secondo piano. Fino a comprometterne gli spazi, fino a ridurne i tempi. Mezz’ora dopo mezz’ora.