‘Alziamo la testa’

Intervista pubblicata su “la Regione” il 6 febbraio 2016
a Manuele Bertoli, consigliere di Stato

Il Canton Ticino sta giocando una partita a testa bassa che guarda solo davanti al proprio naso. Occorre invece alzare lo sguardo e progettare il medio periodo. Perché la società, oggi più di ieri, ha bisogno di risposte. Manuele Bertoli, consigliere di Stato socialista, rilancia il confronto che auspica ‘capace di andare oltre la propaganda politica’.

Venticinque pagine per riossigenare un dibattito intossicato dagli slogan e dal marketing politico. Quasi un’impresa titanica, in un mondo dove la comunicazione gira alla velocità della luce e non si ferma mai. Manco per tirare il fiato. E però lui, Manuele Bertoli, è un politico (oggi consigliere di Stato) che s’è fatto le ossa nei confronti diretti, a tu per tu. Con una forte dose di pragmatismo che alcuni, nel suo partito, a volte gli rimproverano. Perché antepongono la piazza, l’antagonismo, alla mediazione e al compromesso. E però, c’è tempo e tempo.

Partiamo da qui Bertoli. Dalla fatica che si fa, anche a sinistra, a stare nel ‘cuore del conflitto’. Il caso Ue la dice lunga: siccome non è come ci piace, allora stiamo fuori.
Lei sostiene il contrario, mi pare. Come si spiega questa, come chiamarla, reticenza?

Diciamo che, senza dare giudizi di valore, a sinistra c’è da sempre una dicotomia tra chi propone progetti politici sulla base di valori solidi e condivisi per modificare le cose – ed è la sinistra che vuole governare – e chi invece è più fedele, diciamo così, alla propria coerenza: se questa questione non è coerente con i miei principi la respingo.

Si direbbe prevalga la seconda, almeno in Europa…

Non lo so. Constato però che questa dicotomia l’abbiamo anche a destra, dove si dividono tra gli isolazionisti duri e puri e quelli che pragmaticamente cercano soluzioni nell’interesse generale. Non è quindi una caratteristica solo della sinistra. Quest’ultima però, va detto, oggi in Europa è sotto pressione, anche perché non ha il vento in poppa. Da qui forse un ripiegamento sulla coerenza piuttosto che sulla ricerca di soluzioni, magari pagando lo scotto di qualche compromesso.

Le ‘coerenze’ da lei descritte, di sinistra e destra, oggi finiscono col paralizzare il Canton Ticino. In una fase molto delicata, come anche lei riconosce. Come si esce da questa paralisi?

Mi permetto di osservare che il problema, come si usa dire, sta nel manico. Lo preciso anche nel mio testo e lo faccio risalire alle elezioni del 2011, tendenza peraltro riconfermata in quelle del 2015. Nella misura in cui il popolo premia un partito come la Lega dei Ticinesi, che bada più agli aspetti propagandistici, di marketing, che non ai contenuti, e dà l’indicazione, il popolo, che questo è il modo giusto per vincere le elezioni, gli altri partiti si sentono in dovere di seguire questa strada. Tutto questo porta a mettere in secondo piano la ricerca di soluzioni, la promozione di progetti e il dialogo al di là degli steccati. Chi vuole queste cose, a destra e a sinistra, rischia di finire in un angolo. È un elemento centrale, ma viene da una scelta popolare e solo il popolo potrà cambiare le cose.

È certamente vero, ma anche impopolare affermarlo. Perché lei avverte proprio oggi la necessità di ribadirlo con forza?

Credo che in questo cantone si dibatta troppo poco sui temi politici di fondo e molto sui dettagli, per non dire sugli elementi di propaganda. Io in questo contesto mi sento a disagio. Non fatico a dire che è per me difficile oggi fare politica. Come se un giocatore di calcio si trovasse a giocare una partita dove ogni tanto saltano fuori tre palloni e magari spunta una porta in più. Paradossalmente, nonostante il leghismo diffuso, il dibattito politico odierno è più ‘all’italiana’ di qualche anno fa.

Come dire che ogni proposta non vale più per quella che è, ma per come si presenta?

Sì. Io credo che sarebbe bene tornare a un confronto vero, per esempio in questo periodo sul pacchetto di risanamento finanziario dei conti del Canton Ticino. Da destra giunge il messaggio: le tasse non si toccano e bisogna solo risparmiare. Io credo invece che anche il carico fiscale debba entrare in considerazione, perché la realtà suggerisce di evitare tabù ideologici.

Il risanamento finanziario è tema emblematico. Se ne parla da sempre, ma senza spiegarne i fini. Si vuole uno Stato più leggero in funzione di che cosa?

Innanzitutto sappiamo che lo Stato ha una funzione importante, anche in termini economici. Come lo Stato sta finanziariamente è un elemento rilevante. Il debito pubblico da noi non è eccessivo, per quanto è bene che non cresca. Abbiamo però uno squilibrio nei conti e il popolo ha accolto il principio che prospetta il raggiungimento del pareggio. Il problema dunque è chi dovrà sopportare il peso del riequilibrio, considerato che lo squilibrio ha anche cause esterne. Basti pensare che oggi in Ticino noi saremmo sostanzialmente a posto se le Camere federali non avessero, nel 2008, deciso il finanziamento pubblico degli ospedali privati. Questa cosa ci costa 100 milioni all’anno che corrisponde grosso modo al disavanzo d’esercizio. Lo dicevo già allora, quand’ero presidente del Ps: questo finanziamento pubblico alla fine andrà a finire sulle spalle di qualcuno.

Dunque è arrivata la fattura. Chi la paga?

Qui ci si divide, a meno che si riesca a trovare una soluzione equilibrata, che magari scontenta tutti ma ci permette di convivere. Questa è la sfida che coinvolge il Consiglio di Stato.

Ci sarebbe una terza via, sul medio termine, che lei stesso indica nelle sue riflessioni.

Produrre maggiore ricchezza con un uso più intelligente delle risorse e del territorio.

Lei fa alcune proposte. Qual è prioritaria?

Ne ho in mente due. Una prima, che non ha effetti immediati, riguarda la proprietà dei terreni. O meglio, di una parte dei terreni nelle zone di sviluppo economico. Una parte piccola, ma importante perché già riconosciuta come spazio industriale o artigianale strategico. La proprietà offre una serie di prerogative che invece la sola pianificazione non permette. Certo, è un investimento. I privati lo fanno per guadagnarci, mentre lo Stato io credo possa farlo senza perderci, ma soprattutto per valorizzare la nostra economia.

L’obiezione è: 2 miliardi di franchi, tanti lei ne calcola per l’acquisto di questi sedimi, sono tanti.

Dipende. Sono tanti, ma in realtà quello che davvero conta è il debito. Se costa l’1 per cento all’anno, siamo attorno ai 20 milioni annui. Credo che si possano tranquillamente ricavare dagli affitti e dagli oneri di servizio. Magari ci si rimette 5 milioni, ma in questo caso lo Stato sarebbe proprietario di sedimi strategici per il futuro del cantone, potendo decidere chi accogliere e chi no. Il punto debole, casomai, è che la cosa funziona solo se c’è più richiesta che offerta per il loro uso.

Diceva due priorità…

La seconda riguarda l’uso delle acque, questione vitale sul lungo termine. Oggi non è facile perché il settore idroelettrico è in difficoltà, ma se ragioniamo sui tempi lunghi sappiamo che questo tipo di produzione dell’elettricità è interessante e avrà mercato. In Ticino produciamo di più di quanto consumiamo. In questo periodo difficile le aziende pubbliche attive nel settore litigano fra di loro; c’è tensione fra l’azienda cantonale di produzione e le aziende locali di distribuzione. E questa è una cosa tipicamente ticinese e tipicamente autolesionista.

Lei lancia, a questo proposito, l’idea di una sola azienda cantonale. Poi c’è il progetto governativo che punta a ridurre ancora il numero dei comuni. Serve un salto culturale che ci permetta di andare oltre l’ostacolo dei localismi. Come si fa?

Penso che bisogna continuare a parlarne e a spiegare perché i progetti che lei cita sono importanti. Non solo per semplificare o superare il localismo del passato. In verità si tratta di riorganizzare un territorio abbastanza piccolo, con divisioni che hanno una storia, ma che vanno superate. Alcuni passi avanti sono stati comunque fatti, penso all’aggregazione comunale di Bellinzona. Mi auguro seguano anche Locarno e il Mendrisiotto nel suo insieme. Lo stesso discorso vale per le aziende elettriche che non dovrebbero ragionare solo sulla convenienza del presente, ma guardare magari ai prossimi dieci anni. Servono nuovi elementi di modernizzazione.

Uscire dal localismo vorrebbe dire temere di meno l’altro da noi, lo straniero?

A ben vedere è lo stesso tema posto dal possibile isolamento della Svizzera rispetto al resto d’Europa. O noi ci rendiamo conto che viviamo di relazioni internazionali e non possiamo farne a meno per il nostro benessere, pur dovendo intervenire per ridurre gli effetti nocivi dell’apertura, oppure non affrontiamo un tema per noi vitale. Difficile però sapere quante siano le persone che si rendono conto della reale posta in gioco e quante quelle che magari non vogliono affrontare il tema per paura o per un mai sopito complesso di superiorità.

Aldo Bertagni