Prima vengono i lavoratori

di Fabrizio Sirica, membro di direzione del Partito Socialista
e candidato al Municipio di Locarno

Prima di votare sugli orari d’apertura, vi siete chiesti quali sono le condizioni lavorative delle persone impiegate?

Nel commercio al dettaglio si assiste ad una situazione di precarietà, data soprattutto dall’elevato numero di persone che hanno contratti di lavoro a tempo parziale e sottoposti ad elevata flessibilità. Per punti vendita che impiegano più di dieci lavoratori è in vigore un contratto normale di lavoro (in seguito CNL). Il CNL è uno strumento adottato dal Governo ticinese e fissa stipendi che possiamo considerare come un “dumping di Stato”: si parla di 3010 franchi lordi per una persona non qualificata e di 3420 per diplomati, lavorando 42 ore la settimana. Salari indegni, che al netto superano di poco la soglia di povertà anche per la minoranza che ha un impiego a tempo pieno.

Una situazione grave, penserete voi. No, peggio. Perché i contratti normali di lavoro sono facilmente aggirabili: con il consenso delle parti infatti si può chiedere una deroga per versare salari inferiori. Il risultato è che lavoratori alla disperata ricerca d’impiego accettano di ricevere un compenso anche di 2000 franchi al mese, pur di lavorare. Il tutto in condizioni che influiscono molto sulla vita privata. Basti pensare che la giornata di lavoro può, a norma di CNL, durare 12 ore. Con un esempio pratico, una madre di famiglia potrebbe iniziare la sua giornata lavorativa alle 9 del mattino, fare una pausa di qualche ora ad inizio pomeriggio e terminarla alle 21.

La mezz’ora di apertura supplementare giornaliera, che poi diventa un’ora e mezza il sabato, non creerà posti di lavoro, non migliorerà la concorrenzialità con i negozi italiani (che deve essere contrastata con una nuova politica dei prezzi, i costi decisamente minori sono la causa principale di questo fenomeno) e andrà ad appesantire l’orario di lavoro di chi è già impiegato. Persone che ad oggi rincasano dalla famiglia alle 19.30 arriverebbero alle 20. Ora la domanda da porci è: vogliamo veramente peggiorare le condizioni di lavoro di queste persone?

Qualcuno potrebbe rispondermi che sbaglio, che se la votazione passasse le condizioni migliorerebbero, alludendo al fatto che queste aperture supplementari potranno essere concesse solo a chi sottoscrive un contratto collettivo (in seguito CCL). Ma questo, come insegna l’esperienza ginevrina, è uno specchietto per le allodole. Nel canton Ginevra infatti si erano concessi orari d’apertura estesi con la condizione di un CCL, un CCL creato e denunciato dalla parte padronale dopo soltanto un anno! Le aperture rimangono, i diritti no, questo fu il tentativo! Anche a livello legislativo la clausola di un CCL è di una debolezza disarmante, basterebbe un ricorso al tribunale federale per farne cadere l’imposizione. Anche in questo caso, le aperture rimangono, i diritti no.

Per concludere, fintanto che all’emergenza lavorativa presente nel settore della vendita non verrà risolta con un CCL di forza obbligatoria, non si può nemmeno prendere in considerazione un’apertura prolungata. Se abbiamo un briciolo di rispetto e di solidarietà con le migliaia di lavoratrici e di lavoratori che ogni giorno subiscono questa situazione, il 28 febbraio votiamo NO!