Di numeri e di persone

di Manuele Bertoli, consigliere di Stato

In cinque anni in Governo ho visto passare sul mio tavolo numerose proposte di decisioni inerenti a storie personali difficili. Molte di esse hanno riguardato e riguardano richieste di rimanere o di poter venire da noi da parte di cittadini stranieri.

Non di rado alcune di esse sono state respinte, pur di fronte a situazioni oggettivamente preoccupanti, in nome di giurisprudenze sempre più burocratiche e sempre meno umane, quasi grottesche nelle loro motivazioni. E così si separano senza grande difficoltà i genitori dai figli, accade anche per i figli di nazionalità svizzera; si rinviano nei loro Paesi d’origine ragazzi nati qui o arrivati molto piccoli, che nella migliore delle ipotesi quei Paesi li hanno visti qualche volta andando a trovare i nonni; si dividono o si mantengono divise le famiglie. Accade qui da noi, in nome di leggi grossolane che concernono gli stranieri votate dal popolo.

A volte capita che chi conosce personalmente qualcuna di queste storie, chi è costretto a guardare le persone e non i numeri, si meravigli di quello che succede, di come possa succedere da noi, dimenticando magari di aver votato a favore dei “giri di vite” di questa legislazione approvati in passato. Avviene di rado, perché usualmente si vedono solo i numeri, non le persone.

Perché ricordo questa triste realtà? Perché il prossimo 28 febbraio, se passasse l’iniziativa cosiddetta di attuazione dell’articolo costituzionale sugli stranieri che commettono reati approvato nel 2010, un nuovo elemento di grossolanità si aggiungerebbe al quadro attuale già non particolarmente edificante.

In verità una legge di attuazione è già pronta, è stata votata dall’Assemblea federale ed entrerà in vigore se l’iniziativa sarà respinta. Permetterà al giudice di avere qualche spazio di manovra per giudicare caso per caso, senza trattare casistiche tanto diverse con il machete, secondo un concetto di giustizia piuttosto primordiale, che non ci appartiene più da secoli.

Non commettiamo questo errore inutile, che nega parte della nostra storia di Paese civile, nel quale si deve ancora poter distinguere tra un reato grave e una banale contravvenzione, nel quale è sacrosanto pretendere che le fattispecie uguali siano trattate alla stessa maniera, ma anche che le fattispecie diverse siano trattate diversamente e non confuse in un minestrone ideologico.