Svolta energetica, dalle parole ai fatti

di Eva Feistmann

Apoco più di un mese dalla Conferenza sul clima di Parigi, dove per la prima volta i capi di Stato del mondo intero hanno aderito a un programma d’azione per scongiurare la catastrofe climatica, alcuni esperti del settore petrolifero interpellati dalla RSI («Modem» di mercoledì 13 gennaio), mettono in dubbio l’attuabilità degli accordi raggiunti definendoli sempolici dichiarazione d’intenti, in contrasto con i meccanismi del mercato e la realtà geostrategica. Caratterizzata, quest’ultima, dalla sottovalutazione della risorsa petrolio, che secondo gli intervistati si protrarrà per almeno altri quindici anni.

Prospettiva funesta per l’equilibrio climatico del nostro pianeta. Che promette non solo l’alternarsi di eventi meteorologici estremi, fra siccità e alluvioni con relativi danni plurimiliardari. Si configura altresì nell’innalzamento del livello degli oceani inghiottendo isole e vaste aree costiere ora popolose. Scatenando movimenti migratori di proporzioni inimmaginabili. La scoperta di nuovi giacimenti e metodi d’estrazione (fracking), l’impotenza dell’OPEC e la conseguente concorrenza selvaggia fra un numero maggiore di offerenti, hanno spinto le quotazioni del greggio a livelli bassi mai visti, in controtendenza rispetto a quanto politicamente auspicabile. Si tratta pertanto di agire sul piano politico per non vanificare gli sforzi presenti e futuri sul cammino della svolta energetica, in primo luogo, sull’abbandono delle energie fossili responsabili della «serrificazione» dell’atmosfera terrestre. Introducendo, ovunque sussista una forte domanda di derivati del petrolio, un’adeguata carbon tax conforme al principio di causalità, che addebita i costi dell’inquinamento a chi li genera.

Ricordiamo che alla prima Conferenza mondiale sul clima tenutasi a Berlino nel 1995, i delegati degli Stati insulari del Pacifico rivendicarono una maggiore attenzione per l’innalzamento degli oceani che avrebbe compromesso la loro sopravvivenza. Ora, come si è unanimemente riconosciuto a Parigi, il margine per temporeggiare è scaduto e il mondo industrializzato a forte impatto climatico è chiamato ad agire per contribuire a mantenere il riscaldamento globale entro il limite tassativo di 1,5/2 gradi centigradi.

Quantunque il nostro Paese non sia al riparo dalle conseguenze del surriscaldamento climatico – e la scarsità d’acqua nei bacini idroelettrici è solo uno dei sintomi tangibili – i risultati raggiunti sul cammino della svolta energetica non sono finora all’altezza degli accordi sottoscritti (Protocollo di Kyoto) e della potenza tecnologica e finanziaria di cui disponiamo. Uno studio pubblicato in questi giorni rivela, a sorpresa, che in Svizzera l’energia fotovoltaica, nonostante i presupposti favorevoli, copre solo il 2% dell’insieme dei consumi, mentre Germania e Italia ci superano con il 7% rispettivamente il 9%.

Il recente spostamento a destra dell’elettorato elvetico – essenzialmente per la questione migratoria – non deve servire da alibi al Consiglio federale per derubricare la questione energetica. La riforma ecofiscale messa in cantiere dall’ex ministra Widmer Schlumpf va anzi portata a termine a ritmo accelerato per incentivare la riduzione delle emissioni responsabili dell’effetto serra nei termini concordati a Parigi. Prevenire la catastrofe climatica costa molto meno che subirla. La salute del nostro pianeta deve prevalere sulle speculazioni finanziarie.

Siamo l’ultima generazione in grado di correggere il tiro. Una responsabilità nei confronti dell’umanità di domani alla quale governanti e cittadini di oggi non possono sottrarsi.