Senza canone la nostra identità culturale sarà in pericolo

di Manuele Bertoli, consigliere di Stato

L’iniziativa no Billag ha raccolto le firme necessarie e inizia l’iter che la porterà al voto popolare. Con questa proposta viene avanzata l’idea, a prima vista seducente, secondo cui il popolo potrà dire se vuole continuare o meno a pagare il canone radiotelevisivo.

In realtà la scelta è molto più incisiva. L’iniziativa propone infatti un’importante modifica della Costituzione svizzera, la quale oggi affida alla Confederazione il compito di organizzare una radiodiffusione pubblica che abbia il mandato di contribuire all’istruzione, allo sviluppo culturale, alla libera formazione delle opinioni e all’intrattenimento. Il mandato di servizio pubblico prevede anche che gli avvenimenti vengano presentati in modo corretto e che riflettano la pluralità delle opinioni.

Ora, non bisogna essere dei particolari dietrologi per capire che in realtà a monte dell’iniziativa vi sono interessi economici privati. Da tempo il settore dei media soffre di un importante calo degli introiti, in particolar modo a causa della diminuzione della pubblicità. Soprattutto nella Svizzera tedesca i grandi gruppi editoriali che posseggono giornali, periodici ed emittenti radiotelevisive private vorrebbero di fatto, tramite la soppressione del canone, spazzar via la Ssr Srg per togliere dalla piazza un concorrente troppo forte ai loro occhi. L’idea è che, tolta di mezzo la televisione pubblica, la pubblicità tornerà a investire nel settore privato. La Commissione federale dei media che da circa un anno si occupa esclusivamente di questo tema ha recentemente presentato un documento dove indica chiaramente come però questo calcolo sia sbagliato. Con buona probabilità, in caso di sparizione della SsrSrg, il mercato pubblicitario si sposterebbe, come peraltro ha già iniziato a fare, sui grandi attori internazionali del web, come facebook ad esempio.

In questo settore è iniziata una vera e propria battaglia, che continuerà fino al voto popolare; lo si vede anche da noi, tanto che un giorno sì e un giorno no anche sulla nostra stampa cantonale vi sono articoli che puntano il dito verso la Rsi.

Al di là delle simpatie o antipatie per questo o quel media, del fatto che si guardi o si ascolti quotidianamente o meno un canale radiotelevisivo, è fondamentale capire che con un sì a questa iniziativa verranno tolti completamente i fondi alla Rsi, ma anche alle tv e radio private che oggi usufruiscono di una sovvenzione. In concreto significherà azzerare l’offerta radiotelevisiva nazionale e regionale in lingua italiana. Per essere informati sul nostro Paese si dovrà allora conoscere almeno un’altra lingua nazionale (non penso al romancio per il quale il destino sarebbe peggiore dell’italiano). La gran parte dell’informazione in italiano ci verrebbe solo dall’Italia, con una perdita importante della nostra identità culturale. Non mi pare che questa prospettiva sia nell’interesse dei cittadini ticinesi.