«Compagni, più fatti e meno ideologia»

Intervista pubblicata il 23 gennaio 2016 sul “Corriere del Ticino”
a Gianrico Corti, consigliere comunale a Lugano

I socialisti, il Nano e la politica cittadina visti dal decano del Legislativo che lascia

«L’abito non fa il monaco e ho sempre trovato ipocrita il fatto che alcuni compagni si vestissero come dei poveri per sembrare dei poveri. Tra i massimalisti e i riformisti, io mi colloco tra quest’ultimi. Il riformismo significa trovare soluzioni. È più pragmatico e meno ideologico». In queste parole si coglie l’animo da vecchio PST di Gianrico Corti. Dopo 40 anni passati in Consiglio comunale – cfr. CdT del 15 gennaio – Corti, classe 1946, ha deciso di non ripresentarsi alle prossime elezioni (ma continuerà a mantenere la carica di granconsigliere, proseguendo pure nelle attività di volontariato). Lo abbiamo incontrato per una lunga chiacchierata (con Corti si sa quando si comincia, ma non quando si finisce) su come è cambiato il socialismo in Ticino e su come si è trasformata la politica luganese.

La carriera politica di Gianrico Corti inizia nel 1967, quando diventa membro del Partito socialista ticinese (PST) e dal ‘63 collabora con Libera Stampa. «Il mio legame con i socialisti – ci spiega – ha radici nell’anelito alla libertà, contro le ingiustizie sociali e nell’azione antifascista di molti. Già mio nonno era riformista, come pure mio padre. Sin da ragazzo frequentavo la Casa dei Sindacati, sede storica del PST e di Libera Stampa». Piano piano l’impegno politico aumenta. Ha conosciuto i grandi vecchi: fra questi il «padreterno» Guglielmo Canevascini e Domenico Visani, che hanno lasciato importanti tracce nel suo percorso successivo. Importante anche l’incontro con Pietro Martinelli, che Corti definisce «un mito». Nel 1969 diventa membro di direzione del partito, l’anno successivo coordinatore della gioventù socialista e nel 1976 viene eletto a Lugano nel Legislativo. Nel 1969, in piena epoca di contestazioni giovanili, il partito socialista si scinde. Da una parte restano i riformisti (nel PST), dall’altra i massimalisti nel Partito socialista autonomo (PSA). Come ricorda Corti quel periodo? «Era emersa la necessità di domandarsi quale socialismo fosse possibile. Per me stare nel PST è stata una scelta naturale. Creare una società più giusta e solidale, significa anche pensare tutti i giorni alle necessità della povera gente, di chi è in difficoltà, a come risolvere i loro problemi in modo concreto. A parole infatti si possono fare mille cose, ma poi è importante anche convincere la gente, che magari non ha a cuore questi temi, ad aiutare gli altri. La divisione di allora dei socialisti non ha aiutato a crescere, ha solo fatto la fortuna degli avversari».

La riunificazione

Nel 1992 i socialisti ticinesi si riunificano e nasce il PS. Corti gioca un ruolo importante. «Fui tra i primi, con la sezione di Lugano, a portare avanti l’unione. Era assurdo pensare che in Consiglio comunale PSA e PST facessero a gara per dire per primi le stesse cose. Nel 1991 andammo al funerale di Edgardo Chiesa, socialista e sindacalista, una persona di dialogo. Parlammo con Giovanni Cansani e altri del PSA chiedendo se non fosse il caso di dare un taglio a questa cosa. Ci trovammo in un ristorante di Pazzallo, in zona neutra. Tutti assieme alzammo i calici in onore di Chiesa e qualche settimana dopo iniziammo a trattare l’unificazione».

I rapporti con il partito

Ma nel socialismo ticinese di oggi cosa rimane dell’ala riformista? L’impressione è che il PS ticinese (ma anche la sezione luganese) sia piuttosto massimalista. Basti pensare a quanto accaduto tre anni fa con la candidatura, poi sfumata, di Patrizia Pesenti al Municipio di Lugano. «Tutti i partiti hanno divisioni. Non dimentichiamo comunque che oggi ci sono deputati in Gran Consiglio che ai tempi delle divisioni erano bambini e questa cosa non la sentono. È comunque vero che, nel 1992, il PSA aveva una capacità organizzativa notevole e una grande presenza nelle istituzioni. Prese così il sopravvento nel PS».

L’arrivo della Lega

Molti socialisti sono passati alla Lega. «Il Nano ha sempre sostenuto che un terzo dei suoi elettori proveniva dalle nostre file. La Lega degli inizi lottava contro le grandi famiglie e criticava gli inamidati partiti storici, compreso il nostro. Ora sorrido perché ha finito per assumere la stessa immagine e somiglianza di quel che criticava». All’interno del PS chi dialoga con la Lega è quasi un eretico, o no? «Sì, ma è eccessivo. Non apprezzo forma e modi comunicativi della Lega. Tuttavia dialogo e comprensione sono valori necessari. Io per esempio sono nato e cresciuto a Molino Nuovo. Il Nano era uno dei personaggi della nostra gioventù. Un tipo brillante e istrionico, quello che, mentre noi vestivamo abiti di seconda o terza mano, sfrecciava con la spider rossa su via Trevano. Era un personaggio che ti fermava per strada e ti invitava al ristorante offrendoti da bere per tutta la sera. Era uno che, anni dopo, dava dell’extra large agli altri ma che non s’offendeva, e anzi ci faceva una gran risata, se gli si ribatteva di guardarsi allo specchio. Pensiamo al rapporto tra lui e Cansani: erano amici, erano cresciuti assieme. Ho sempre trovato ipocrita chi, in ambito politico, criticava Cansani per essere suo amico. Senza dimenticare che in molti, di tutti i partiti, hanno utilizzato il Mattino per danneggiare avversari sia interni sia esterni. Gente che ha pensato bene di utilizzare questo movimento, che doveva durare l’espace d’un matin, per i propri fini. Ma questa ospitalità nel domenicale si è rivelata un tranello, un boomerang. Lo hanno fatto anche alcuni socialisti, quando ad esempio c’era da far fuori Bervini. Poi tutti i partiti, in un modo o nell’altro, sono finiti a scimmiottare la Lega».

La strana congiunzione con il PPD

Nel 2000 a Lugano il PS torna, con Cansani, in Municipio. Un traguardo che, dopo 20 anni dall’uscita di Franco Robbiani, i socialisti raggiungono grazie a una controversa congiunzione col PPD. Come dire: il diavolo e l’acqua santa. Anche in questa situazione Corti è in prima fila. «Stabilimmo di fare una congiunzione di liste. Era un po’ come salire assieme in ascensore sapendo che, una volta al piano, un partito sarebbe andato a destra e l’altro a sinistra. Non che l’assemblea socialista fosse felicissima, e neppure il PPD, ma ottenemmo il risultato sperato. E da quel giorno il PS si trova stabilmente in Municipio, dal 2004 al 2008 con ben due rappresentanti».

Le cariche e le delusioni

Corti è stato capogruppo in Consiglio comunale per dodici anni, presidente della Gestione, due volte presidente del Legislativo e del Gran Consiglio. Nel Parlamento è stato eletto la prima volta nel 1991, ma dovette rinunciare per questioni professionali. Ai tempi era collaboratore della RSI e conduceva una rubrica per i consumatori. Dieci minuti dopo l’elezione gli squillò il telefono: «Non penserai mica di andare a Bellinzona… », gli disse la voce dall’altra parte. «Ero a Comano – ci spiega – e mi chiamarono dal piano di sopra. Sei mesi prima avevo chiesto il permesso».

L’eredità politica

Quarant’anni di carriera politica. Ma cosa lascia Corti alla Città? «In primis quello che oggi si chiama UIS, l’Ufficio intervento sociale. L’idea era creare un posto privilegiato, in centro, a disposizione dei cittadini in difficoltà. Ci siamo riusciti. Ma ci sono un sacco di altre cose. Mi ricordo per esempio quando venne fondata l’Università. Il Cantone approvò solo la nascita dell’Accademia d’architettura di Mendrisio. Lugano, che disponeva in via Nassa della Facoltà di teologia, proseguì con la costituzione di due istituti universitari indipendenti. Fu mia premura far inserire negli statuti il fatto che le due entità finissero sotto il cappello unico di Università della Svizzera italiana. Così facendo l’USI sarebbe stata riconosciuta e finanziata pure dalla Conferenza universitaria svizzera. Questo è il mio piccolo merito nella nascita dell’USI». Ma a Corti, tra le altre cose, si deve anche il nuovo stradario di Lugano. «Mi piace poi ricordare gli anni in cui adottammo un sistema di lavoro molto interessante. Era il 1992 e i capigruppo dei vari partiti si ritrovavano, spesso nell’ufficio di Davide Enderlin senior (all’epoca capogruppo PLR), in modo regolare. Per il PPD, Alfredo Mariotta, per la Lega un giovanissimo e già vivace Michele Foletti. Ognuno sottoponeva le sue proposte e si lavorava in modo collegiale, anche per evitare di avere complicazioni con il Municipio. Ottenni, per esempio, che la presidenza del CC passasse di anno in anno tra i 4 partiti. Fino ad allora invece i liberali l’avevano due volte. E ho anche fatto nascere il finanziamento pubblico dei partiti». E l’ultimo progetto politico che vorrebbe veder realizzato a Lugano? «Potenziare la vita nei quartieri, soprattutto quelli periferici».

Il pronostico

Chiediamo a Corti, per concludere, un pronostico sulle prossime elezioni. Chi farà 3 municipali, il PLR o la Lega? «La Lega, di sicuro». Il PLR ne farà due o uno? «Due». Il PPD uno o zero? «Sarà tirata. Farà fatica. Comunque un discorso che dovrà stimolare anche PS e Verdi». E tra Zanini Barzaghi e Ducry in casa socialista chi la spunterà? «Credo sia giusto che venga ricompensato il lavoro di Zanini Barzaghi». E che pagella darebbe a questo Municipio? «Direi un 4 e mezzo. Sufficiente con incoraggiamento. Riconosco le difficoltà finanziarie e la capacità di migliorare i bilanci, ma spero che, dopo il LAC da promuovere costantemente, si torni ad essere progettuali».

John Robbiani e Bruno Costantini