Voto per corrispondenza obbligatorio (o quasi)

di Francesco “Cick” Cavalli

Questa la tendenza in relazione a quanto verosimilmente deciderà il Gran Consiglio nella prossima sessione. Si tratta di una modifica della legge sull’esercizio dei diritti politici che consentirà ai Comuni di ridurre ulteriormente i tempi in cui è possibile votare al seggio, incentivando così ancora di più l’utilizzo del voto per corrispondenza.

La motivazione addotta risiede nella constatazione che il voto per corrispondenza riscontra sempre più gradimento da parte degli elettori. Affermazione vera se si considerano i crudi dati numerici sulla partecipazione, ma che trascura, volutamente o meno, alcuni dettagli che non possono essere ignorati. In primo luogo si è venuta a creare una spirale perversa, nel senso che la possibilità di votare per corrispondenza diminuisce la frequenza ai seggi, la quale provoca la riduzione degli orari di apertura, che a sua volta induce ad una maggiore tendenza a votare per corrispondenza che… Un secondo aspetto di questa spirale perversa risiede nella tendenza di parecchi Comuni – specialmente quelli sorti dalle aggregazioni – ad eliminare gli uffici elettorali nelle frazioni. Così l’elettore che volesse ancora votare al seggio, oltre ad avere a disposizione tempi ristretti, dovrà spostarsi di tre, quattro o più chilometri invece di qualche centinaio di metri come in passato. Non è quindi difficile prevedere che l’obiettivo, magari non dichiarato, è quello di giungere al voto per corrispondenza obbligatorio, con tutti i rischi che ciò comporta. Le imminenti elezioni comunali, quelle che, com’è risaputo, suscitano le maggiori passioni, ci ricordano episodi emblematici e anche curiosi, come testimonia la storia minuta delle elezioni del secolo scorso quando il materiale era distribuito a domicilio. Vedremo se le opportunità date da questo ritorno al passato rinfocoleranno la pratica, mai sopita, del “galoppinaggio”. Non sarebbe certo un buon segnale per la nostra democrazia.