«Un PS meno partito e più movimento»

Intervista pubblicata il 16 gennaio 2016 sul “Corriere del Ticino”
a Bruno Storni, candidato alla presidenza del Partito Socialista

Il candidato alla presidenza presenta le sue ricette per semplificare e alleggerire

Con Bruno Storni termina la serie di interviste del Corriere del Ticino ai quattro candidati alla presidenza del PS. In precedenza: Claudio Corti 12 gennaio, Igor Righini 14 e Carlo Lepori 15. Il congresso deciderà il 23 gennaio.

Perché ha deciso di candidarsi per la presidenza del Partito socialista?

«Perché è un momento difficile per il partito e credo di avere qualcosa da dare, ma anche perché diverse persone mi hanno sollecitato».

Lei, come i suoi concorrenti, non è un trentenne o un quarantenne. Non era forse il caso che fosse un’altra generazione ad assumere la guida?

«Tutto era possibile, io di certo non indispensabile. Ma la realtà è che quelli a cui lei allude non si sono messi in corsa. E poi, permetta, non mi sento tanto in là, tanto vecchio o magari impresentabile per la mia classe anagrafica. Sono molto attivo sia professionalmente che in politica grazie anche all’esperienza e alle competenze acquisite lavoro con efficacia, penso di avere le carte in regola. Aggiungo poi che, da insegnante sia all’EPFL che alla SUPSI sono in contatto con molti giovani validi che apprezzo e ho buoni rapporti con loro, capisco le loro difficoltà da persone che si trovano rapportate ad un mondo del lavoro più complicato di quello che avevo trovato io alla fine dei miei studi. Inoltre da ingegnere elettronico sei obbligato a rimaner sull’ultima generazione».

Il lavoro è il problema numero uno in Ticino?

«Abbiamo dato lavoro a 60.000 frontalieri ma abbiamo troppi giovani ticinesi che per studio o per lavoro lasciano il Ticino e non tornano più perché i salari sono bassi. Anche io sono stato via per dieci anni, ma lo riconosco: oggi difficilmente tornerei. C’è molto da fare per il lavoro, anche per gli ultracinquantenni che rimangono senza».

Ritiene di avere sufficiente esperienza politica per guidare il PS?

«Ho alle spalle 16 anni da municipale a Gordola, da quattro sono parlamentare e ho anche altre attività in associazioni. Porto un’esperienza di vita che, come per tutti rappresenta il principale bagaglio».

Che presidente sarà?

«Un motivatore e un coordinatore, ma non un accentratore. Sono cosciente che la pressione su un presidente, specie in un Ticino ipermediatizzato, è molta. Cercheremo di parlare meno e fare di più».

E quale sarà il suo modello politico?

«Se vogliamo parlare dell’impronta politica, iniziamo con il dire che siamo in un momento di grandi cambiamenti della società e dell’economia. La classe media è sotto pressione. Molti cittadini necessitano degli aiuti sociali. Elementi che dovrebbero portare a dire che il PS dovrebbe avere la maggioranza assoluta. Purtroppo queste preoccupazioni sono state capitalizzate da altri in termini di voti».

Il PS va riformato o ritoccato?

«Ancor prima del PS il problema è la forma-partito. Guardiamo la Lega. Ha successo senza struttura e senza presidente. I cittadini oggi seguono più facilmente questa forma di movimento leggera e spontanea, rispetto ad un partito storico con molte regole e vincoli. In passato la forma-partito funzionava, i giovani d’oggi non sempre si sentono a proprio agio nei formalismi dei partiti. Semplifichiamo, a partire dai nostri statuti. Rendere il PS più movimentista avvicinerebbe più gente. È quanto vorrei fare».

Il PS è reduce da risultati elettorali negativi e da lotte intestine. Porta in dote una bacchetta magica e un ramoscello d’ulivo?

«La forma del movimento permetterebbe di aggregare tutte le correnti senza troppi personalismi. Abbiamo perso come altri partiti storici anche perché c’è un attore in più radicato nella politica ticinese e che ha un domenicale gratuito. La bacchetta magica servirebbe per poter parificare i mezzi per la comunicazione non solo con la Lega ma anche con il PLR che ha investito milioni nelle ultime campagne elettorali».

Per tornare a crescere il PS a chi deve rosicchiare elettori?

«Un po’ a tutti. In tutti i partiti ci sono i meno abbienti che li votano malgrado alcuni gli tagliano i sussidi di cassa malati, oppure hanno poco riguardo per l’ambiente. Ecco, andiamo e convinciamoli della bontà di un PS rinnovato, rivisto, rilanciato e rimotivato. L’occasione che abbiamo in questo momento storico è unica: non coglierla sarebbe imperdonabile».

PS e Verdi: uniti o separati?

«Un partito unico sarà difficile e forse neppure opportuno, uno più uno non fa sempre due. Ma dobbiamo certamente lavorare assieme: questo sarebbe un valore aggiunto, un arricchimento per entrambi. Farsi la guerra come è accaduto in passato è un non senso. Solleciterò discussione, realismo e ragionevolezza. L’area rossoverde per il nostro cantone dal territorio bistrattato, caos viario e l’aria sovente irrespirabile è fondamentale».

La ventilata unione delle forze tra il PLR e il PPD è da temere o potrebbe magari spingere qualche radicale ad accasarsi da voi?

«L’anomalia politica in Ticino è il fatto che tutti i partiti si dicono interclassisti, comprendono la destra e la sinistra. Ma poi, i tempi di Masoni e Salvioni insegnano, sono stati capaci di farsi fuori l’un l’altro. Meglio sarebbe un bipolarismo».

È un fan del maggioritario?

«Non per forza. Il sistema che abbiamo oggi include e non esclude».

Tra poche settimane si voterà sul San Gottardo. Un tema che ha visto la nascita di un comitato socialista favorevole al raddoppio. Cosa si sente di dire a questi compagni?

«Dico loro che sbagliano. Ma rispetto le loro convinzioni. Il fatto che si esprimano non mi disturba affatto. Ma sono fuori tempo: vogliono un’opera che sarà pronta tra 20 anni quando il fattore sicurezza sarà già risolto dalla tecnologia. Già oggi l’automobile dispone di sistemi di sicurezza attiva e a breve diventerà un mezzo elettronico automatizzato che eviterà qualsiasi collisione. Poi, inutile illudersi: quando offriremo un secondo tubo, questo verrà integralmente sfruttato dai camionisti EU».

Il 2016 per il Ticino sarà l’anno della manovra: 180 milioni di franchi per virare in maniera decisa e puntare al pareggio dei conti entro fine legislatura. Uno scenario che si sente di appoggiare?

«Vorrei vedere cosa ci verrà messo sul tavolo: 180 milioni su oltre 3 miliardi sembra ma non è poco. Ma dove andrà a tagliare l’Esecutivo? Ogni anno si gratta il fondo della padella. E, gratta, gratta, dove finiremo? Sono molto preoccupato da quanto temo ci arriverà addosso».

La maggioranza relativa della Lega in Governo è un non problema o una sciagura per i ticinesi?

«Io non credo sia una sciagura. Il Governo è collegiale e poi, diciamolo, Claudio Zali, il più votato, si sta muovendo da statista e senza i dogmi della Lega. È un movimento che ha avuto una sua legittimazione popolare e che a suo modo dice vuole fare l’interesse del paese. A noi spetta vigilare eventuali distorsioni. Ma se un leghista fa qualcosa di buono non vedo perché dovrei attaccarlo per partito preso. Questa logica non mi appartiene».

C’è chi sostiene che il PS ha perso il contatto con la piazza, con la gente. Ritiene ipotizzabile un futuro fuori dal Governo, come partito d’opposizione?

«Perdere il seggio significherebbe andare all’11-12%. Non credo che accadrà. Semmai potrebbe decidere il PS di uscire, ma non siamo abituati a fare opposizione dura e pura, secondo me il Cantone ha bisogno un PS in Governo».

Gianni Righinetti