«Sono un impaziente, una locomotiva»

Intervista pubblicata il 12 gennaio 2016 sul “Corriere del Ticino”
a Claudio Corti, candidato alla presidenza del Partito Socialista

Il candidato alla presidenza del PS svela le sue carte: abbraccio con i Verdi e sfida alla Lega

Con Claudio Corti inizia la serie di interviste del Corriere del Ticino ai quattro candidati alla presidenza del PS. Il congresso deciderà il prossimo 23 gennaio.

Perché ha deciso di candidarsi per la presidenza del Partito socialista?

«Perché in primo luogo ho fatto autocritica chiedendomi quale fosse il profilo giusto e mi sono reso conto di avere le carte in regola perché la mia carriera professionale nelle FFS mi ha fatto fare esperienza dirigenziale d’alto rango: a Zurigo gestivo un budget di 70 milioni con 700 collaboratori. Sono all’altezza del compito».

Senza mezzi termini ha anche dichiarato che vuole a tutti i costi quella sedia. Si ritiene pronto per una sorta di missione?

«Certo, è una missione. Una mattina mi sono svegliato e ho deciso. Credo sia un po’ come quando una persona decide di farsi prete. La spinta e la convinzione sono state fortissime. Sono stato anche il primo a manifestarmi senza peli sulla lingua davanti al Comitato cantonale».

Lei, come pure i suoi concorrenti, non è un trentenne o un quarantenne. Non era forse il caso che fosse un’altra generazione ad assumere la guida del partito?

«Lei insinua che io sia da rottamare? Potrei anche prendere e andarmene. Ma non ho problemi a confrontarmi con le critiche. Io non mi sento per nulla vecchio, sono portatore di competenze ed esperienze che voglio mettere a disposizione del PS e dei ticinesi».

La sua esperienza politica è limitata al livello comunale e in periferia. Come fare il presidente in questa condizione e senza sedere in Parlamento?

«Non vedo alcun problema. Sono una persona che si documenta, che legge ed è curiosa. Il Parlamento è pubblico, lo si può seguire e la documentazione politica la si trova senza problemi. Anzi, con un briciolo di presunzione potrei azzardare: sarei una novità in un panorama politico cantonale compassato e appiattito. Ho la maturità giusta per fare politica tenendo testa anche agli avversari più tosti».

Cosa intende riformare nel PS?

«Non c’è tempo da perdere e io sono un’impaziente, una locomotiva che corre e trascina. Chi mi conosce dice che qualche volta dovrei voltarmi per vedere se tutti i vagoni ci sono ancora. Intendo conoscere e agire in brevissimo tempo, ma nello stesso tempo sono molto duro con me stesso. Lo scriva pure: chi si ritroverà a trattare e lavorare con me avrà di fronte una persona che non guarda l’orologio e pretende moltissimo da chi mi vorrà seguire».

Quale sarebbe la prima mossa?

«Tornare a dare entusiasmo e motivazione. Oggi il PS è vecchio, stanco e ripetitivo. Urge una scossa rigeneratrice. E poi facciamo parlare di questo PS, essere presenti sulla stampa significa essere vivi. Oggi siamo assenti».

Il PS è reduce da risultati elettorali negativi e da lotte intestine. Porta magari in dote una bacchetta magica e un ramoscello d’ulivo?

«Non ci sono bacchette magiche, c’è l’impegno e il coinvolgimento di un team del quale sarò il leader. Un ramoscello d’ulivo? Sono pronto ad ascoltare chi ha dei conflitti, magari anche datati al punto di non ricordare neppure il perché. Se la mediazione non funziona si deve arrivare a drastiche soluzioni: chi non ha più niente da dare si faccia da parte e la smetta di fare danni».

Per tornare a crescere il PS a chi deve rosicchiare elettori?

«In primo luogo occorre convincere i ticinesi, anche perché il partito più forte è sempre quello di coloro che non votano. È anche a loro che mi rivolgo».

Ma è un po’ quello che dicono tutti.

«Vero, ma nessuno fino ad oggi c’è riuscito. Io sono fiducioso, ho pronte delle mosse che potrebbero stupire l’intero Ticino».

Ovvero?

«Starete a vedere, in questi giorni sto calibrando la strategia in vista del congresso».

PS e Verdi: uniti o separati?

«Senza dubbio uniti. Lo ammetto, con il passare degli anni il mio rosso vivo è sempre rimasto intatto, ma sto diventando anche un po’ verde. L’ambiente è un tema fondamentale per il futuro, i socialisti che non vogliono essere un po’ ecologisti vadano davvero in pensione. Il rossoverde è il colore del futuro».

Tra poche settimane si voterà sul San Gottardo. Un tema che ha visto la nascita di un comitato socialista favorevole al raddoppio. Cosa si sente di dire a questi compagni?

«Sono una persona propensa al dialogo e in primo luogo mi siederei al tavolo con loro. Non so se hanno parlato con i cittadini del Mendrisiotto, che vivono una situazione drammatica, prima di esternare pubblicamente la loro idea».

Li reputa dei traditori?

«No, per nulla. Tra i miei valori fondamentali c’è il rispetto. Lo esigo per me e lo metto in pratica nei confronti degli altri».

Il 2016 per il Ticino sarà l’anno della manovra: 180 milioni di franchi per virare in maniera decisa e puntare al pareggio dei conti entro fine legislatura. Uno scenario che si sente di appoggiare?

«Come ha detto giustamente Christian Vitta in un’intervista al vostro giornale, occorre sempre di più maggior senso di responsabilità. Oggi questo è venuto meno. Tirare la cinghia può anche starci, ma bisogna vedere se ci sono buchi a sufficienza nella cintura. Non si deve esagerare. Dove tagliare? Dirò la mia al momento giusto».

La maggioranza relativa della Lega in Governo è un non problema o una sciagura per i ticinesi?

«Alla lunga la Lega non sarà più vincente. E al vertice di Via Monte Boglia dico che qualche problema devono essere pronti ad averlo se io diventerò presidente del PS».

Ma questa sembra quasi una minaccia. O no?

«Non minaccio nessuno, ma sono un duro e i leghisti lo capiranno molto presto. Voglio essere un vincente, non solo in termini di schede elettorali. Ho l’impressione che i ticinesi abbiano frainteso il messaggio dei leghisti. Da sempre, e non perché lo sosteneva Nano Bignasca, dico forte e chiaro che è il popolo che comanda e che decide. Questa è democrazia».

Il popolo dice Lega?

«Ma con me alla guida del PS le cose cambieranno».

C’è chi sostiene che il PS ha perso il contatto con la piazza, con la gente. Ritiene ipotizzabile un futuro fuori dal Governo, come partito d’opposizione?

«Il PS ha un ruolo importante da giocare nell’Esecutivo, ma l’opposizione non mi inquieta. Se nel 2019 con me alla guida dovessimo perdere il seggio sarebbe una mia sconfitta elettorale, ma il colpo di coda che darei se passassimo all’opposizione lascerebbe il segno. Non ho paura di nulla. Comunque il mio piano è di risollevare il PS, non di scendere ulteriormente».

Lei è un europeista, ma questa Europa le piace?

«Questa Europa non mi piace per nulla. Bisogna educare all’Europa: in Turchia l’ambiguità è assoluta, la Grecia non sappiamo che fine farà, la Polonia reclama con tutti i soldi che ha preso e che prenderà, l’Inghilterra andrà al voto e in Francia chissà come andrà a finire. E Schengen ha fallito. È il caos».

Lei usa altri toni, ma il messaggio non è un po’ leghista?

«Macché. Io sono profondamente socialista».

Gianni Righinetti