Raddoppiare il Gottardo? Una scelta sbagliata oggi

di Manuele Bertoli, membro del Consiglio di Stato

Quando negli anni Sessanta Chiasso pretese che l’autostrada passasse sul suo territorio per finire a Brogeda, invece di sconfinare in Italia da Seseglio, i chiassesi non immaginavano che qualche decennio più tardi il traffico li avrebbe soffocati tanto da necessitare la costruzione di una «foresta» artificiale. Quando nel 1980 aprì il tunnel autostradale del San Gottardo, non ci si immaginava che nel giro di pochi anni si sarebbe dovuto ricorrere al contingentamento degli autocarri, al sistema del contagocce, per sovraccarico dei passaggi nella nuova galleria. Quando negli stessi anni si costruì lo svincolo autostradale di Mendrisio, non ci si immaginava che solo 30 anni più tardi esso sarebbe stato da rifare totalmente perché insufficiente a gestire il traffico in continua espansione. Questa è purtroppo la realtà che presentano le infrastrutture stradali dopo qualche lustro dalla loro realizzazione, piaccia o non piaccia, e non vi è nulla che lasci immaginare che un eventuale raddoppio del Gottardo vada a finire altrimenti.

Se il 28 febbraio i cittadini svizzeri dovessero dire di sì, tra dieci anni al Gottardo avremmo un tunnel che da vedere sarebbe del tutto analogo a quello che da qualche decennio attraversa il Seelisberg. Due tubi distinti, due corsie per tubo approntabili in pochi minuti in caso di intoppo, incidente o necessità di qualsiasi genere per lo scorrimento a traffico alterno in ognuna delle due canne e, volendo, la possibilità dell’apertura alle normali quattro corsie autostradali. Nessun impedimento fisico ostacolerebbe quello che fino ad oggi è proibito dalla Costituzione federale, ma soprattutto impedito dal fatto di non poterlo concretamente fare, ovvero l’aumento della capacità di transito.

Tra dieci anni, quando il raddoppio verrebbe inaugurato, nessuno degli attori politici attuali sarà ancora presente sulla scena nazionale. Le belle e rassicuranti parole di oggi potranno essere superate dai politici di domani in nome dei tempi che cambiano, dell’ineluttabile pressione europea a farlo; le eccezioni al principio della corsia unica per senso di marcia inizieranno a moltiplicarsi per decisione governativa e come andrà a finire lo sappiamo già.

Molti di coloro che voteranno tra poco non saranno chiamati a subire le conseguenze del loro voto, che si conclameranno pienamente nei prossimi venti o trent’anni, che saranno estremamente importanti e che saranno pagate interamente dai cittadini di domani. È allora solo alle giovani generazioni che dobbiamo pensare prima di mettere con leggerezza la scheda nell’urna. Decidere oggi di costruire un doppione stradale proprio alla vigilia di un cambiamento epocale dei collegamenti nord-sud (Alptransit apre a dicembre), senza nemmeno prendersi qualche anno di tempo per vedere che impatto avrà questo radicale mutamento del modo di muoversi e di trasportare merci e persone, non è sensato.

Perché mai l’Europa degli autotrasportatori dovrebbe investire miliardi nel treno quando le metteremo lì sul piatto un’infrastruttura stradale bella e pronta?

Se in questa occasione ho scelto di esprimere pubblicamente il mio dissenso dalla posizione ufficiale governativa è perché il voto del 28 febbraio è di grande importanza. Non ci saranno prove d’appello qualora dovesse spuntarla il sì, mentre sarà sempre possibile ritematizzare la questione tra alcuni anni in caso negativo, ma dopo aver fatto le adeguate esperienze con il nuovo collegamento ferroviario veloce, che necessariamente modificherà molte cose nel nostro modo di concepire le distanze e di viaggiare e di trasportare attraverso le Alpi.

Il voto del 28 febbraio è un voto di principio sul futuro di questo cantone a lungo termine. Non devono essere la paura a guidare nel tunnel o qualche coda ogni tanto a farci decidere. Non deve essere la paura di un eventuale isolamento dal resto della Svizzera durante il risanamento del tunnel attuale a spaventarci, che sono certo sapremo gestire con intelligenza e competenza, come abbiamo sempre saputo affrontare i problemi in passato da Paese pragmatico e innovativo quale siamo.

Per queste ragioni è necessario dire no al progetto di raddoppio del Gottardo. Il Ticino resterà comunque via di transito, ma non deve ipotecare il suo futuro in nome di una visione del mondo vecchia e autolesionista, fatta di più strade, più automobili, più autocarri.