Il PS secondo Lepori: «dovremo resistere all’attacco antisociale della maggioranza»

Intervista pubblicata il 3 dicembre 2015 su TicinoLibero
a Carlo Lepori, candidato alla presidenza del PS

Il presidente ad interim dei socialisti ha presentato la sua candidatura per proseguire nel ruolo. «Ci vuole un discorso progettuale in una situazione complessa da molti punti di vista»

Carlo Lepori ha deciso di candidarsi alla presidenza del PS, per continuare quanto iniziato. In questa chiacchierata, ci spiega come mai e che partito immagina nel futuro.

Dopo la presidenza ad interim ha deciso di candidarsi, per quale motivo?

«Direi che ci sono due aspetti: durante la presidenza ad interim ho capito cosa vuol dire fare il presidente e che potrei continuare in questo ruolo, il quale comporta una responsabilità gravosa specialmente come impegno temporale, ma che mi piace e in cui credo di aver ottenuto dei buoni risultati. L’altro aspetto è il fatto che tra la scadenza dei termini per presentare le candidature e il congresso c’è un mese e mezzo, un tempo che mi è sembrato molto lungo. Senza di me ci sarebbero stati tre candidati, e poteva capitare che qualcuno ci ripensasse, dunque volevo garantire una certa continuità».

Se fosse scelto come presidente, sarebbe diverso che essere un traghettatore. Cambierà anche il suo atteggiamento?

«Più che un traghettatore, sono stato uno che ha fatto un “restart”. Importante era far vedere che si può lavorare con calma in una situazione difficile e anche un po’ improvvisata, con una campagna elettorale in corso. L’obiettivo è stato in parte raggiunto, con la collaborazione di tutti, che si sono mostrati disposti a lasciar da parte le polemiche. Se adesso dovessi prendere in mano il partito lo farei con un un’altra ottica. Inizia la legislatura e si tratta di svolgere un’attività politica in questi anni, con una visione sia a livello politico di risultati per la cittadinanza sia a livello elettorale per la prossima tornata. Non si lavora per i risultati elettorali, ma per fare in modo che essi confermino la bontà di quanto proposto, per cui bisogna subito cominciare a fare un discorso molto prospettico, per far capire che siamo in pochi, lavoriamo bene, ma che se ci daranno fiducia potremmo essere di più e lavorare ancora meglio: servono dunque un programma e delle proposte».

Che PS vorrebbe?

«Sul numero di “Confronti” di gennaio ho detto “coraggioso”. Non è il presidente a imporre una linea, semmai egli crea un clima di lavoro. Ci sono alcune domande importanti sul partito che vogliamo affrontare, anche a livello organizzativo. Ci sono delle sezioni comunali di sinistra ben organizzate che lavorano e presentano molti candidati e attività durante il quadriennio, in altre non c’è stato il ricambio generazionale ed è difficile trovare chi si mette a disposizione. Un compito è dunque lavorare sul territorio per creare una realtà locale. Un altro aspetto è quello posto da Bertagni su La Regione, ovvero che la maggioranza vuole portare avanti un discorso di risparmi forzati di centinaia di milioni nei prossimi anni, e sarà molto difficile per noi mantenere il discorso della concordanza. Cercheremo di capire fino a dove si può andare col risparmio, purché non si tocchino i servizi di base che potrebbero essere finanziati con altri tipi di entrate. Sarà un discorso politico molto difficile perché la maggioranza vuol tagliare e basta, e lo sarà anche quello con i nostri simpatizzanti, che si aspettano una chiara opposizione da parte nostra alle misure. Il ruolo della sinistra che partecipa al governo, ma propone alternative interessanti e più sociali è complicato e lo sarà pure spiegare le nostre scelte, che inevitabilmente deluderanno qualcuno: esse infatti saranno o troppo di compromesso o troppo di opposizione. Ci vorrà un dibattito interno per capire dove vogliamo andare».

Pare di capire che il tema più importante per i prossimi anni è questo, vero?

«Sì, la misura finanziaria. Si può essere d’accordo in linea di massima che non va bene accumulare deficit di anno in anno ma sarebbe anche opportuno avere una visione a lungo termine, dicendo che sono anni difficili e chiedendosi come superare la crisi, anche in Ticino, facendo in modo di aiutare tutti, con una buona base fiscale e decidendo dove si possono tagliare i servizi dello Stato e dove chiedere invece dei sacrifici ai cittadini, magari a quelli più abbienti. Sarà il tema dominante: il programma come è stato prospettato da chi è intervenuto nel dibattito parlamentare è di sacrifici, tagli e riduzione dei compiti dello stato, un attacco chiaramente antisociale. Dovremo resistervi e non sarà facile».

Sembra si vada verso un modello a tre poli, a destra Lega e UDC, in centro PPD e PLR e a sinistra voi con magari i Verdi e altre forze progressiste. È d’accordo?

«È uno schema che si sta imponendo a livello europeo, lo si vede bene in Francia, un po’ meno in Spagna. Da una parte c’è la sinistra classica, ecologista, in diverse forme, che può rappresentare un 20-30% dell’elettorato a seconda dei paesi. Ci sono i gruppi populisti, a volte un po’ sociali, a volte no, antistranieri, identitari, che non hanno un vero programma politico ma l’atteggiamento classico dei populisti che si propongono come grande risolutori e realizzatori della volontà popolare, la quale non esiste perché rappresentano anche loro al massimo il 30% della popolazione. In mezzo vi sono quelli che chiamerei partito storici, che in Svizzera interna sono detti partiti borghesi, i quali si fanno qualche scaramuccia, ma vanno abbastanza d’accordo sulle linee fondamentali. Il problema sarà sempre se questo centro preferisce appoggiarsi alla destra populista o alla sinistra. Il sistema svizzero permette di oscillare. Su certe questioni economiche come l’imposizione delle imprese o adesso sugli studi medici il centro potrà unirsi con la destra, ottenendo i suoi risultati. Se l’economia e il centro vogliono un’apertura verso l’Europa e una soluzione al problema dell’immigrazione che vada bene per l’Europa e per noi dovranno chiedere l’appoggio della sinistra. In Svizzera i liberali sono spostati a destra mentre il PPD ama giocare all’ago della bilancia, è tutto molto flessibile perché su ogni voto si decide qual è l’alleanza da scegliere. La ripartizione in tre grossi gruppi è comunque un dato di fatto anche in Ticino».