La nostra democrazia di fronte alla barbarie

di Eva Feistmann

Il terrorismo nasce nei sobborghi delle metropoli (in questo caso Parigi e Bruxelles), dove si ammassano gli immigrati dalle ex colonie? Bisogna quindi risolvere la piaga risanando i quartieri disastrati, dove peraltro abbondano i giovani disoccupati facile preda dei propagandisti di odio e fanatismo. Si tratta indubbiamente di un traguardo nobile, la cui attuazione richiede tuttavia tempi medio-lunghi e l’investimento di ingenti capitali pubblici. Nel frattempo, per scongiurare altri massacri di civili innocenti, non resta che mobilitare le forze dell’ordine, stringere le maglie della sorveglianza, talvolta anche a scapito dei valori democratici fondamentali, quali la libertà di movimento e la protezione della sfera privata. Come ha reagito François Hollande in quella fatidica notte, dichiarando che «la Francia è in guerra!»

I costi a carico della collettività dell’allarme terrorismo sono inestimabili. Infatti, sabotare la vita economica dei Paesi presi di mira è uno degli obiettivi non certo secondari degli seguaci dell’ISIS e affiliati. Come si è visto a Tunisi, Nairobi e Bamako, dove hanno colpito il turismo, ramo economico essenziale di molti Paesi africani e non.

Non è facile applicare dall’oggi al domani, in una antica e rinomata democrazia come quella francese, un sistema di sorveglianza capillare. La latitanza di alcuni dei responsabili del massacro del Bataclan ne è la prova.

Potremmo forse imparare dalla defunta DDR, che spiava sistematicamente tutti i sospettati di essere critici del regime, allestendo interminabili protocolli in cui venivano trascritti anche i contenuti più banali delle telefonate private. Un sistema smascherato dopo il 1989, quando gli interessati potevano visionare la propria «STASI-Akte». Ma eravamo nell’era precedente a Internet e ai social network, il cui controllo a tappeto sarebbe infinitamente più oneroso.

Come sappiamo, l’Occidente nel passato remoto e recente ha compiuto non pochi errori nell’area geografica ora infestata dal terrorismo di matrice islamista. Alla fine dell’era coloniale politica (quella economica continua tuttora) i confini statali vennero delimitati irrazionalmente sul mappamondo senza tener conto dell’appartenenza etnica delle singole popolazioni, dando vita a conflitti tribali mai assopiti.

Si aggiunga poi l’infelice invasione pretestuosa dell’Iraq per volontà del presidente Bush jr., seguita dall’eliminazione fisica del dittatore megalomane Saddam Hussein. Capitolo che ha scatenato la situazione di caos e ingovernabilità tuttora perdurante, coinvolgendo Siria, Libia, Libano, Jemen e le terre contese fra Curdi e Turchi.

La Svizzera, che non ha un passato coloniale alle spalle, si riteneva meno esposta al rischio di attacchi terroristici, grazie alla sua conclamata neutralità e nonostante certi rapporti economico-finanziari discutibili.

Il caso di Ginevra ci insegna però di non illuderci: gli sforzi di prevenzione non possono essere di competenza delle polizie cantonali, ma vanno coordinati su scala nazionale ed europea. Ne consegue la necessità di poter allentare certe garanzie democratiche quando è in gioco la protezione dei cittadini dall’assalto dei moderni vandali che pretendono di massacrare nel nome dell’Islam.

È solo dopo la pacificazione del Medioriente che la minaccia terroristica si estinguerà e potrà essere avviata la ricostruzione delle città devastate da anni di implacabile guerra fratricida. Che ha generato milioni di senzatetto costretti ad abbandonare, spesso in condizioni disumane, le terre ancestrali, perdendo la loro identità.

Se Dio esiste, è il Dio della misericordia. Non una belva feroce assetata del sangue degli innocenti.