Cittadinanza: quell’obbligo privo di senso

di Gina La Mantia, membro del Gran Consiglio

L’iniziativa parlamentare generica, presentata da Gianmaria Frapolli e Alessandra Gianella, che chiede di rendere obbligatoria la frequenza di un «corso alla cittadinanza» per i candidati alla naturalizzazione, è stata firmata dalla maggioranza della Commissione petizioni e ricorsi del Gran Consiglio. L’obbligatorietà di questo corso, sostengono gli iniziativisti nel loro comunicato, faciliterebbe l’integrazione degli stranieri e renderebbe più uniforme la procedura di ottenimento del passaporto svizzero.

Se da una parte, come commissari della minoranza che non ha firmato l’iniziativa, potremmo condividere un serio intento di rendere la procedura di naturalizzazione più equa e meno soggetta a valutazioni e giudizi personali delle commissioni preposte nei singoli Comuni, dall’altra parte siamo convinti che il corso obbligatorio di certo non sia la strada giusta da seguire e che lo scopo della richiesta formulata nell’iniziativa, in fondo, non sia neanche quello apparentemente dichiarato.

I corsi alla cittadinanza vengono già oggi offerti in tutto il cantone. I nostri concittadini stranieri che, per affrontare l’esame, hanno bisogno di prepararsi maggiormente, lo possono fare liberamente, e molti usufruiscono di questa possibilità. Ma come si vede proprio nella Commissione parlamentare nella quale sediamo e che ha il compito di esaminare i dossier dei candidati alla cittadinanza svizzera, siamo in questo campo confrontati con una grande varietà di persone di diverse nazioni e culture, di vari livelli di scolarizzazione e di formazione, di percorsi di vita individuali e di storie personali.

Se per una persona frequentare un corso può essere utile, arricchirla e favorire la sua integrazione, per l’altra può essere del tutto superfluo perché questo candidato dispone già delle nozioni richieste (e forse ben oltre) ed è ben integrato. Perché allora obbligarlo? Con quale scopo?

Non dimentichiamoci: la procedura per richiedere la cittadinanza svizzera è lunga ed è una delle più severe al mondo. Chi deposita la domanda risiede nel nostro Paese da almeno 12 anni. Quindi, sebbene l’iniziativa suggerisca di dispensare chi ha frequentato un ciclo completo di scuola media, liceo o scuola di commercio ticinesi, e di «tenere debitamente conto della situazione di persone che, per disabilità o malattia o per altre importanti circostanze personali, potrebbero essere esonerate dalla partecipazione al corso», con l’ articolo di legge proposto si andrebbe ad obbligare molte persone a seguire (e pagare!) un corso inutile non solo per loro stessi, ma privo di senso in generale: in 12 anni di vita lavorativa e sociale molte persone hanno avuto sufficientemente opportunità e interesse per integrarsi e acquisire delle conoscenze non solo basilari, ma anche buone «del contesto geografico, storico, politico e societale della Svizzera», come richiede l’articolo 2 dell’Ordinanza relativa alla nuova Legge federale sulla cittadinanza.

Un obbligo quindi, quello proposto dall’iniziativa, che non raggiunge nessun obiettivo, se non quello di fare bella figura davanti a chi ogni domenica inveisce contro i naturalizzati e vuole rendere questo percorso ancora più difficile e costoso. Noi non ci stiamo.