«La conoscenza non va troppo spezzettata»

Intervista pubblicata il 1. dicembre 2015 sul “Corriere del Ticino”
a Manuele Bertoli, membro del Consiglio di Stato

Il problema dell’ora di civica e quello dei livelli nel percorso scolastico obbligatorio

Parliamo di scuola e di alcuni dossier sul tavolo. Una recente ricerca del DECS evidenzia che il 60% degli studenti compie un percorso lineare che in 4 anni conduce ad un titolo. Una buona percentuale: dunque tutto bene?

«La ricerca dice che il 60% arriva ad un titolo del secondario II, maturità liceale, attestato federale di capacità o maturità professionale in 4 anni. È un buon dato, che attesta che la maggioranza degli allievi compie un percorso senza inciampi e che una minoranza deve invece aggiustare il tiro, cosa che il nostro sistema permette. Nessuna scelta formativa oggi è davvero definitiva ed un riorientamento è possibile ed è comunque una crescita personale».

Quali sono le misure a sostegno della transizione dalla scuola dell’obbligo al post-obbligo?

«La ricerca appena citata, consultabile al link http://www.supsi.ch/go/snodo , ha svolto tra le altre cose anche un inventario di tutte le misure a sostegno della transizione tra la scuola media e il settore postobbligatorio, indicandone circa una trentina distinguibili in cinque categorie.
Ci sono misure transitorie, come il Pretirocinio di orientamento che accoglie giovani non collocabili presso un datore di lavoro in quanto non hanno ancora maturato una scelta professionale o non hanno trovato un posto di apprendistato.
Ci sono poi misure di accompagnamento o sostegno, che mirano a fornire un supporto nella transizione ai giovani con maggiori difficoltà. Durante la scuola media esse si traducono nel sostegno pedagogico o nella differenziazione curricolare, mentre nel momento del passaggio dalla scuola obbligatoria al secondario II nell’azione Promotir, che promuove i posti di tirocinio, sostiene collettivamente e individualmente la ricerca di un posto di tirocinio e la prevenzione dello scioglimento del contratto di tirocinio nel periodo di prova.
Un’altra categoria che vale la pena citare sono le misure di orientamento e promozione, il cui perno fondamentale è il lavoro dell’Ufficio dell’orientamento scolastico e professionale, affiancato da iniziative più puntuali come Espoprofessioni o il programma di Educazione alle scelte nelle scuole medie».

Quando si parla di scuola media sembrano tutti scontenti: i genitori perché vorrebbero classi meno affollate; i docenti si lamentano dei salari; i ragazzi che non amano i livelli. Cosa si potrebbe cambiare, in meglio?

«Si può fare molto, se c’è la volontà politica. Ridurre il numero massimo di allievi per classe è auspicabile, il Consiglio di Stato due anni fa aveva proposto di passare da 25 a 22 allievi massimi ma purtroppo il Parlamento ha detto di no.
Sui salari dei docenti non abbiamo fatto passi particolari in avanti, per ragioni finanziarie e di politica generale del personale pubblico, anche se va detto che l’abolizione delle penalità salariali iniziali intervenuta un paio d’anni fa, anche su mia insistenza, ha migliorato la situazione dei neodocenti, che entrano adesso alla scuola media con un salario dignitoso. La nuova Legge stipendi, purtroppo scivolata dal 2016 al 2017, dovrebbe dare riscontro almeno parziale a queste richieste.
Infine sui livelli è da anni che sostengo che è un sistema rigido che va superato; il progetto «La scuola che verrà» affronta questo tema con delle alternative, che non renderanno la scuola più facile, non è questo l’obiettivo, ma che dovrebbero permettere ad ogni allievo di seguire il proprio percorso secondo la sua velocità di apprendimento».

Se paragoniamo la nostra selezione scolastica con il modello inglese o americano noi applichiamo una selezione blanda. Se invece guardiamo all’Italia, lì i livelli non esistono. Siamo nel giusto mezzo, oppure possiamo migliorare?

«I sistemi educativi migliori non adottano una selezione precoce. Il passaggio ad un sistema più esigente si giustifica nel settore postobbligatorio, dove i percorsi possibili sono molti e diversificati. Nella scuola dell’obbligo dobbiamo invece dare la possibilità a tutti di andare avanti secondo le diverse capacità, aiutando i deboli e facendo fiorire gli allievi migliori. Ma per seguire i ragazzi così, differenziando e personalizzando, ci vuole una scuola con condizioni adeguate per farlo, cosa che stiamo approfondendo con il progetto di cui ho detto».

Veniamo all’ora di civica. L’iniziativa depositata da Alberto Siccardi, Edo Pellegrini e Giorgio Ghiringhelli è stata giudicata ricevibile dal Parlamento e ora torna alla commissione scolastica. Ma lei però vede già alcuni problemi di ordine giuridico. E poi: come la mettiamo con i costi?

«Anche se dichiarata ricevibile i problemi giuridici rimangono. Più nel merito, perché è questo che conta, credo che il problema di fondo posto dall’iniziativa sta nell’idea, sbagliata, secondo cui basta avere una disciplina a sé per aumentare le conoscenze degli allievi. Un po’ come se dividessimo le ore di matematica in aritmetica, geometria, logica ecc. e pretendessimo così di ottenere risultati migliori. L’interdisciplinarietà è importante e la conoscenza non va spezzettata eccessivamente. Il problema del non aumento dei costi, espresso nell’iniziativa come obiettivo, rende poi l’esercizio impervio».

Non si potrebbe semplicemente inserire l’ora di civica nell’ora di storia? Oppure legarla ad altre materie?

«Giusto, la disciplina alle medie si chiama infatti già oggi “storia e civica”. Nel settore postobbligatorio vi sono diverse discipline che riprendono elementi di civica, sia nel medio superiore che alle professionali. Si può e si deve far meglio, ma spezzettare le discipline è un errore che non porterà a migliorare le cose».

Raffaella Castagnola