Il degrado della politica familiare in Ticino

di Rosemarie Weibel

Una ventina d’anni fa, il Canton Ticino ha adottato un importante strumento di politica a sostegno delle famiglie, la Legge sugli assegni familiari: ha introdotto gli assegni di prima infanzia (Api) e integrativi (Afi). Si trattava di una prestazione universale, perché tutti potevano beneficiarne, qualora il loro fabbisogno lo giustificava. Un reddito minimo garantito completivo per il figlio e la famiglia, per tutti i residenti in Ticino da almeno tre anni.

Grazie agli Afi/Api, si è attutito anche il problema della ripartizione dell’ammanco nei casi in cui i genitori vivevano separati: il genitore affidatario, di regola la madre, nei casi in cui i contributi alimentari, aggiunti al proprio reddito, erano insufficienti per coprire il fabbisogno del nucleo familiare, non era costretto a rivolgersi all’assistenza, ma poteva contare su questi aiuti. E anche famiglie che svolgevano lavori mal pagati non erano costrette a rinunciare ad accudire i figli secondo le loro aspettative.

Da quei “tutti” sono comunque stati esclusi sin dall’inizio le persone del settore dell’asilo (richiedenti l’asilo e persone ammesse provvisoriamente).

A partire dal 2013 circa, l’Ufficio per la migrazione, con l’accordo di governo e Tribunale amministrativo, ha iniziato a revocare o non rinnovare i permessi ai genitori stranieri che vivevano in una famiglia che faceva capo a queste prestazioni. D’un tratto, gli Afi/Api venivano equiparati a prestazioni assistenziali. Con due recenti sentenze, del 27.10.2015, il Tribunale federale ha ricordato al Cantone che non è così: non sono prestazioni concepite come ultima ratio per superare un periodo di emergenza, ma si prefiggono di garantire un reddito minimo commisurato alla composizione del nucleo familiare.

Ora è in corso un nuovo attacco antisociale: nell’ambito del preventivo 2016, tra le varie misure di risparmio a scapito dei meno abbienti (cfr. intervista a Pelin Kandemir su ‘laRegione’ del 17.11.2015 e l’opinione di Gianni Guidicelli sul ‘CdT’ del 23.11.2015), propone di limitare la politica a sostegno delle famiglie ai soli svizzeri e stranieri con permesso C (in entrambi i casi rimane necessario aver abitato in Ticino da almeno tre anni). Questo perché si vogliono “erogare queste prestazioni sociali di complemento ai cittadini che hanno acquisito un legame con il nostro territorio”. Ora, secondo la Legge federale sugli stranieri (LStr), il permesso di domicilio può venire rilasciato ai titolari di permesso di dimora B da almeno 10 anni, dopo 5 anni di soggiorno se si ha la fortuna di essere cittadino/a Ue/Aels, aver sposato uno svizzero o una persona domiciliata (permesso C) o di essere bene integrato. Se vi è rischio di non farcela con i propri mezzi, si è considerati non ben integrati, e il Ticino negli ultimi anni in questo ambito è diventato sempre più restrittivo.

È pertanto falso, come si sente dire, che il diritto sarebbe riconosciuto dopo 8 anni di residenza.

Mi domando: – I bisogni dei bambini variano a dipendenza della cittadinanza e dello statuto di soggiorno dei genitori?

– Il legame con il territorio dipende veramente dalla nazionalità e dal borsello? – Vogliamo accettare una politica familiare selettiva, favorendo l’esclusione?