Ospedali da pianificare: un’incurabile malattia

di Bruno Cereghetti

Nell’ulteriore atto della fase finale di pianificazione ospedaliera il Governo non trova di meglio che irrigidirsi sulle sue posizioni classiche (cfr. CdT del 21 novembre): ribadisce l’esubero di 250 letti acuti in Ticino (frutto di una costruzione forzata a tavolino, ma che non trova evidenze scientifiche), riparla di su-acuto (termine giuridicamente inesistente in quanto non contemplato dalla LAMal), non riconosce il carattere acuto delle cure ospedaliere di minore intensità ritornando sul finanziamento come istituti di cure, fa passare alla cassa i malati con un contributo raddoppiato (30 franchi giornalieri) rispetto alle degenze ordinarie (oltre il danno della malattia la beffa del contributo personale maggiorato), regala milioni agli assicuratori assumendo in proprio la gran parte dei costi (in completa contraddizione con le misure di rientro del Preventivo 2016), abbassa la testa di fronte agli assicuratori (dimenticando che è il Governo stesso che in caso di desistenza degli assicuratori deve fissare le tariffe, e per legge lo deve fare all’insegna dell’equità e della verità dei costi). E fa addirittura di peggio, rispolverando l’assurda ingessatura dell’attività ospedaliera con il volume massimo di prestazioni attribuito, superato il quale non saranno più retribuiti. Questo fa sì che a ottobre, in prossimità del raggiungimento dei volumi massimi, gli ospedali cominceranno a centellinare le ammissioni, con evidente penalizzazione di chi è assicurato solo in divisione comune; oppure, chi lo potrà fare, sarà spinto a selezionare i casi all’entrata. Si tratterebbe di un unicum della vergogna sul piano nazionale, in quanto nessun Cantone è stato così autolesionista dal codificare similare empietà.

Ma in fondo questo orientamento del Governo era ampiamente prevedibile, considerato che la pianificazione ospedaliera è stata impostata più sul fabbisogno finanziario del Cantone che non su quello delle cure di qualità verso la popolazione: in sostanza non si pianificava sotto la regia del fabbisogno sanitario, ma sotto quella dei piani finanziari dello Stato.

Del resto l’idea di trasformare gli attuali ospedali con solo mandato di medicina di base nell’ibrido giuridico di istituti di cure è dettato da sole ragioni finanziarie, con il corollario del contenimento massimale dei costi a 510 franchi per giornata di cura, non rispettoso a priori nemmeno della legge sul lavoro in quanto costringerà i medici assistenti a lavorare un numero spropositatamente continuativo di ore, con buona pace non solo del principio di legalità, ma anche della qualità della medicina.

E sui letti AMI (acuti di minore intensità) scivola anche il rapporto di maggioranza della Commissione. Riconosce, in modo intelligente, agli AMI lo statuto di ospedalizzazioni acute, ma non si occupa dell’offerta, limitandosi a modificare la «facile» etichettatura iniziale del Governo da istituti di cure in AMI. Ora l’offerta AMI deve essere ridefinita in base al fabbisogno reale, nel senso che possa veramente concorrere a contenere sia i ricoveri leggeri che le permanenze prolungate oltre il necessario nelle stazioni di acuzie primaria.

Lo scenario più verosimile potrebbe considerare che nel Mendrisiotto occorrono 30 AMI (che si aggiungono ai 15 letti di cure acute transitorie – che è tutt’altra cosa – già esistenti ad Arzo), che a Faido occorrono 20 letti AMI (in luogo dell’incomprensibile forzatura verso l’ampliamento della riabilitazione), che Sementina deve essere rivista in quanto l’offerta presentata appare del tutto inadeguata al reale bisogno, e che nel Locarnese occorre che la Clinica Varini preveda la copertura medica notturna (con l’adeguamento delle tariffe in ragione di questo nuovo compito).

Considerato che questo studio non è stato fatto, che non si può improvvisare sul tema e che il Governo si irrigidisce nella non entrata in materia, solo due sono le vie percorribili: o quella di rispedire tutto al mittente, oppure, vista la ritrosia del mittente, che sia la Commissione stessa ad approntare la soluzione. E ciò nell’interesse primario della sanità di qualità, della sicurezza delle cure e della vera razionalizzazione dei costi a partire da finalità di sanità e non dalla sola contabilità di Stato.