La legge sul burqa e la democrazia

di Pepita Vera Conforti

Ogni epoca ha le sue streghe da perseguitare e in quella contemporanea sono le donne che non si adeguano al modello di femminilità veicolata dai media. Chi meglio di colei che porta un velo integrale può rappresentare questo scarto dalla norma? Il burqa è nei nostri incubi, rappresenta il male non solo perché alcune culture antiprogressiste lo impongono alle proprie donne come forma di controllo sul corpo e quindi sui comportamenti, ma anche e soprattutto perché è volontariamente scelto dalle giovani donne occidentali convertitesi al radicalismo islamico.

Personalmente continuo ad essere convinta che adottare una legge contro il burqa non modificherà la condizione delle donne obbligate ad indossarlo, non migliorerà la loro integrazione e inclusione. Le renderà solo più invisibili e inavvicinabili. Se due anni fa, al momento dell’iniziativa, provare a proporre altri punti di vista sulla tematica era decisamente difficile (tanto da guadagnarsi un’interrogazione parlamentare censoria), oggi con il clima di terrore che si vive in tutta Europa, è praticamente impossibile. Che volontà popolare sia fatta, che inizi la caccia alle streghe! Sicuramente qualche multa verrà inflitta per dimostrare che la legge è giusta e applicabile, il tam tam nei ricchi Paesi arabi antidemocratici porteranno ad altre mete più accoglienti le loro turiste, e una simile legge accettata a livello nazionale, gratificherà l’orgoglio ticinese. C’è da chiedersi se in questo modo avremo più democrazia e se l’integrazione avrà strumenti di maggior efficacia. Non sono ancora in grado di valutare cosa succederà, quello che vedo in Francia mi fa dire che la legge sul burqa non ha difeso la democrazia, ma ha trasformato una pratica culturale (che personalmente non mi piace, come non mi piacciono tante altre cose) in un simbolo di integralismo radicale.