«Spero solo non rallenti l’economia»

Intervista pubblicata il 25 novembre sul “Corriere del Ticino”
ad Amalia Mirante

Come si possono interpretare i dati forniti dall’Ufficio federale di statistica? I frontalieri sono davvero in calo?

«Più che di un calo parlerei di stabilità, di un mancato aumento. Di fatto, nella sua entità, la contrazione non è ancora così determinante: insomma, se si prendono in considerazione gli errori statistici e i fattori di variabilità ecco che quel –0,3% potrebbe rapidamente venir annullato. Quello che invece è interessante rilevare dai dati dell’Ustat è che da alcuni trimestri la tendenza che si delinea è quella di una certa stabilità del numero di frontalieri in Ticino».

Quali potrebbero essere dunque i fattori che hanno frenato la crescita dei frontalieri?

«In gioco possono esserci più elementi. Da una parte potremmo essere arrivati ad una sorta di saturazione del mercato del lavoro, dovuta sia a quei settori che sono in difficoltà, sia dal mancato insediamento di nuove attività. Dall’altra, ad influire potrebbe esser stata una sorta di responsabilità sociale delle imprese del territorio che, in seguito alla pressione politica e mediatica, avrebbero reindirizzato le loro scelte in termini di occupazione. Infine, pur non volendo essere negativa, questo stallo potrebbe anche essere sintomo di un rallentamento della crescita. E quindi se non crescono i posti di lavoro anche il numero di frontalieri rimane stabile».

Significa che dobbiamo preoccuparci?

«Speriamo di no. L’auspicio è che questo stallo possa essere sintomo di qualcosa di positivo e non, come invece purtroppo spesso accade, di un arresto della crescita dell’economia. Anche se è presto per dirlo, speriamo che questa stabilità non si traduca in un campanello d’allarme».

In questo senso il Ticino è in netto contrasto con la realtà elvetica.

«Sì, il Ticino funge quasi da cantone anticipatore di quanto sta succedendo nel resto della Svizzera. Se lanciamo uno sguardo al passato notiamo come a Sud delle Alpi si siano già verificati quegli aumenti che invece, oggi, si stanno riscontrando nelle altre regioni elvetiche. Siamo una sorta di laboratorio».

Quanto hanno influito le discussioni politiche in materia?

«Difficile da dire. A mio modo di vedere il mercato da solo non va da nessuna parte. Quindi è sicuramente influenzato dal clima sociale e dalle scelte politiche. Questo però non dev’esser interpretato come un impedimento ma, piuttosto, come un fattore rassicurante perché significa che possiamo indirizzare il mercato verso le nostre esigenze».