Blocher: realismo economico in cambio della condivisione del potere politico?

di Jacques Ducry, presidente di Numes Ticino
e membro del Gran Consiglio

Christoph Blocher, in una lunga intervista a ‘Schweiz am Sonntag’ di domenica 22 novembre, apre – ed è già la seconda volta – alla possibilità di togliere il principale oggetto del contendere nei rapporti con l’Unione europea post 9 febbraio, ovvero l’ancoramento nella Costituzione svizzera dei contingenti per i lavoratori esteri da impiegare nel Paese. Naturalmente, il contingentamento si scontra frontalmente con la libera circolazione delle persone, l’assunto di base della politica europea.

Ora, come interpretare questa “apertura” al realismo e al dialogo con l’Ue di Blocher? In senso ideologico o in senso prettamente politico? Che Blocher abbia cambiato idea? Non è il caso, evidentemente, ma, con buona pace delle contraddizioni che può portare una posizione finora inedita da parte sua, si può facilmente evincere che persino questo “pasdaran” della chiusura nazionale abbia deciso di rinunciare al punto centrale che è stato in votazione ed è stato approvato di misura dal popolo per quel che concerne i rapporti con l’Europa. Ma perché vi ha rinunciato? Semplicemente, in vista della rielezione della compagine in Consiglio federale, per ottenere più potere “piacendo un po’ di più” anche a coloro che credono alla necessità dell’apertura all’Europa, insomma, per ottenere davvero il tanto agognato secondo posto in Consiglio federale.

Sull’altare del potere, che gli permetterebbe – parole sue: di agire politicamente e con i tempi e i compromessi della politica sulla riduzione dell’“immigrazione di massa” – di trattare il tema dell’immigrazione dall’interno del Consiglio federale, Blocher rinuncia alla sua arma più tagliente, quei contingenti totalmente invisi all’Ue. Se ne può parlare, dice Blocher, si può smussare. In cambio, chiede di rimettere la clausola di salvaguardia se l’immigrazione dovesse essere davvero invasiva e l’accettazione dell’Udc come forza politica partecipante al processo di elaborazione delle strategie europee.

È evidente che la dichiarazione di Blocher sia un segnale politico ma anche un’ammissione di impotenza nel realizzare compiutamente una chiusura del nostro Paese nei rapporti con l’Ue. Lo stesso leader dell’Udc nazionale, nella medesima intervista sopraccitata, si chiede retoricamente chi si schiererebbe, oggi, contro i trattati bilaterali? Lui no, a quanto pare, forse solo – e qui c’è un distinguo netto dalla posizione e dalla candidatura Gobbi – Norman Gobbi e la Lega dei ticinesi.

Insomma, Blocher è per i bilaterali. È contro i contingenti per opportunità politica. Vuole la clausola di salvaguardia per accontentare i suoi. Non è in sintonia con Norman Gobbi sul tema fondamentale della politica svizzera. Non è riuscito a rimontare il dado di Rubik smontato allegramente da lui stesso e dal suo partito in occasione del 9 febbraio 2014, giacché la domanda pregnante è come riuscire a trattare economicamente con l’Europa chiudendo il Paese e retrocedendo di quarant’anni almeno sull’orizzonte storico dei rapporti internazionali?

Forse Blocher vuole sostenere la proposta del Nuovo movimento europeo svizzero (Numes) relativa all’aggiunta del capoverso 5 all’articolo 121a della Costituzione federale nel senso di “salvaguardare le relazioni tra la Svizzera e l’Unione europea”? Se così fosse, il Numes se ne compiacerebbe vivamente. Ci si augura, in ogni caso, che la presa di coscienza blocheriana di un’impossibilità di attuazione del 9 febbraio “con i contingenti” sia definitiva e che si possa iniziare, senza la zavorra ideologica dell’Udc, una nuova fase di riavvicinamento all’Ue sulla base di considerazioni economiche e insieme politiche. Considerazioni che si vorrebbe vedere nettamente separate dalla ricerca di presa di potere ad ogni costo dell’Udc di Blocher.