Parla Manuele Bertoli: «quella di Blocher è un’evidente ammissione di errori»

Intervista pubblicata il 23 novembre 2015 su Ticinolibero
a Manuele Bertoli, membro del Consiglio di Stato

Il Consigliere di Stato commenta le dichiarazioni di Blocher e non lesina attacchi a Lega e UDC. « Sta ammettendo che il 9 febbraio è in contrasto con i bilaterali. Gli strumenti per aiutare il lavoro in Ticino ci sono, ma non vogliono usarli»

BELLINZONA – Manuele Bertoli era stato attaccato da più parti quando in un discorso del 1° agosto, è storia di anno e mezzo fa, aveva parlato dell’iniziativa del 9 febbraio. Da quel momento, non sono stati fatti grandi passi in avanti per l’applicazione e addirittura Christoph Blocher ha ventilato la possibilità di ammorbire la misura. Ne abbiamo parlato proprio con il Consigliere di Stato socialista, che non lesina attacchi alla destra.

Cosa pensa delle dichiarazioni di Blocher?

«Credo che Blocher si sia reso conto da tempo che quanto proposto a suo tempo dall’UDC, contrariamente a quanto loro stessi sostenevano, non è compatibile con gli accordi bilaterali. Quella di Blocher è un’evidente ammissione di errori fatti quando si presentò l’iniziativa. Non vuol dire che essa era sbagliata, ma lo era il fatto di dire che fosse compatibile coi bilaterali: era evidente che non lo fosse ed è uno dei maggiori problemi che la Svizzera deve affrontare in relazione ai rapporti con l’Europa, che ovviamente non potranno essere solo nel nostro interesse. I contratti, di solito, infatti, si fanno cercando un accordo fra le due parti, e pensare ad una totalmente vincente e l’altra totalmente perdente è abbastanza illusorio».

Col suo discorso del 1° agosto, tanto contestato, aveva dunque ragione…

«Viviamo in un paese strano, in cui alcune realtà semplici vengono negate fino all’inverosimile a meno che le raccontino le persone più insospettabili. Prendo atto di questo, cosa vuole che le dica di più? (ride, ndr). Non è questione di torto o ragione, solo di evidenziare il fatto che il 9 febbraio 2014 è in contrasto con i bilaterali. Se si vogliono disdire questi accordi, un’opzione legittima, anche se a mio avviso politicamente sbagliata, si deve dire fin dall’inizio che quello è l’obiettivo, non inventarsi escamotage come l’iniziativa del 9 febbraio. Verosimilmente, e lo sostengono in molti, essa era nata più che altro come uno strumento di pressione, ma poi ha cambiato la nostra Costituzione perché il popolo ha deciso così. Dunque, o questa riforma la si applica, come è giusto fare, o trasparentemente e coerentemente la si rivede, e mi pare che anche Blocher stia andando nella seconda direzione».

Blocher ipotizza di eliminare i riferimenti ai contingenti. Lei che modifiche proporrebbe alla costituzione in merito?

«Il contingente è il meccanismo col quale la Svizzera dovrebbe applicare il principio ora costituzionale di avere una politica autonoma di immigrazione. Se si toglie il meccanismo, si svuota di contenuto il principio. In realtà oggi non abbiamo altre strade se non quella di avere rapporti corretti con l’Europa, ovvero che salvaguardino gli interessi di ambedue le parti. Gli unici due accordi bilaterali che pongono problemi alla Svizzera sono la libera circolazione delle persone e la libera circolazione delle merci, gli altri danno solo vantaggi. Quello sulla libera circolazione delle merci è stato risolto con la tassa sul traffico pesante, che i TIR europei pagano passando dalla Svizzera in cambio del passaggio dalle 28 alle 40 tonnellate. Per quelli relativi alla libera circolazione, che produce comunque anche effetti positivi, servirebbe rafforzare ed applicare le misure di accompagnamento. Che questi effetti controproducenti fossero conosciuti dall’inizio lo si desume dal fatto che quando si introdussero i bilaterali si inserirono da subito anche le misure di accompagnamento. Esse si sono rivelate insufficienti, e già allora c’era chi, da destra, non le voleva. Oggi il problema è che la maggioranza politica, quella che tra l’altro ha vinto le recenti elezioni federali, non vuole rafforzarle. Bisogna che i cittadini si rendano conto del fatto che gli strumenti per gestire la libera circolazione ci sono, ma una maggioranza politica non li vuole usare».

Lei sta rilevando una contraddizione, quindi.

«Democraticamente mi inchino di fronte a chi ha vinto, ma non posso non rilevare che sono loro i principali ostacoli a un rafforzamento del diritto del lavoro in Svizzera. Sono loro, infatti, a dire no ai salari minimi, a tutto ciò che rafforza i contratti di lavoro, eccetera. Va detto per amor di verità, non per una questione di chi ha torto o ragione. Gli strumenti ci sono, usiamoli al meglio, per rafforzare questo povero diritto del lavoro svizzero. Un’altra contraddizione è quella sul rapporto con l’Italia. Per anni le destre ci hanno detto che uno dei vantaggi che hanno i frontalieri venendo a lavorare in Svizzera è che pagano in Italia imposte alla fonte secondo la pressione fiscale svizzera, che è più bassa. Il nuovo patto, pronto sul tavolo dei negoziatori, toglie questo elemento di agevolazione fiscale, e chi non lo vuole firmare? I partiti di destra. Qualcuno mi deve spiegare dove sta la logica in tutto questo».

I partiti di destra secondo Manuele Bertoli sono incoerenti sul tema del lavoro?

«Sì, anche se in qualche modo riescono a convincere di più, non so bene per quale ragione, nonostante siano incoerenti su questa questione centrale. Il problema non è far finta di chiudere le frontiere coi poliziotti, ma avere una politica effettiva contro il dumping laddove si manifesta. Per esempio, con il mio Dipartimento abbiamo affrontato il problema degli apprendisti frontalieri, scegliendo di non approvare i contratti dove c’è concorrenza con gli apprendisti ticinesi. Nei settori dove non c’è richiesta interna, lasciamo invece pure venire gli apprendisti esteri, sono le ditte a chiederlo perché hanno bisogno di formare manodopera che internamente non trovano. Semmai continuiamo, come stiamo facendo, a spiegare ai nostri ragazzi e ragazze che vi sono settori dove il lavoro non manca, ma verso i quali i ticinesi fanno fatica ad indirizzarsi».