Di sola emozione

Intervista pubblicata il 20 novembre su “la Regione” a Virginio Pedroni

La crisi della politica, così come l’abbiamo conosciuta con i partiti ‘tradizionali’ e le fragilità di sempre, irrisolte, che invocano leader più autorevoli, eppure assenti; oppure abbagliati dalla propria immagine riflessa sui media. E la sinistra, in tutto questo? Ne parliamo con Virginio Pedroni, professore di Filosofia.

I colori d’autunno, qui a Bigorio, ricordano quelli della sinistra. Rosso caldo, arancione tendente al giallo… Pastelli di una tavolozza un po’ consunta. E anche se il sole continua a splendere – intensamente, per la verità, quest’anno – non è più quello dell’avvenire. No davvero. Il cielo della politica socialista e socialdemocratica in particolare, è stagnante di nebbia. Che non s’alza. Resta addosso, impregnata di dubbi e scetticismo. Qui, nella Capriasca, c’è qualcuno che può aiutarci a capire, se non proprio a diradare, quest’aria che tira. Virginio Pedroni , professore di Filosofia e autore di diversi saggi.

La politica oggi non si direbbe più condivisione, elemento di aggregazione, ma piuttosto generatrice di solitudini. Capita anche qui, in Canton Ticino?

Sarebbe contenta Margaret Thatcher [premier conservatrice del Regno Unito negli anni Ottanta, ndr] che diceva: “Non esiste la società, esistono solo gli individui”. Per rispondere alla sua domanda posso dire che il Ticino è oggi una realtà in linea con il mondo occidentale, nel bene come nel male. Qui, in piccolo, succede un po’ tutto quello che capita altrove, anche se forse alcuni tratti negativi sono accentuati, ma in compenso soffriamo meno di altri. Quel che accade non può più essere spiegato solo in termini di relativa arretratezza, ma piuttosto come espressione di una realtà che vive le contraddizioni, non solo nostre, del presente senza magari gli adeguati anticorpi. Compresa la crisi della politica, quella in particolare che vuole orientare la società in senso progressista, ma resta schiacciata tra due forze che la stanno consumando. Da un lato il capitalismo globalizzato che non accetta più regole e non è disposto a compromessi e forse non ne ha neanche più bisogno…

Ovunque, con rassegnata accettazione.

Sì, come se fosse una necessità naturale. Dall’altro, le uniche forze che sembrano offrire una alternativa concreta, anche se illusoria e dalle conseguenze disastrose, all’egemonia del capitalismo finanziarizzato, ovvero quelle nazionaliste e populiste, che propongono la chiusura. In Svizzera, però, la politica legata all’economia, mi riferisco in primo luogo ai liberali, pensa di potersi alleare col populismo dell’Udc, in un fronte di centro-destra favorevole al liberismo interno, ma diviso sui rapporti con l’esterno. Un fenomeno che andrebbe studiato meglio, perché altrove questo non capita: la destra tradizionale e quella populista sono di solito in competizione, anche se spesso sullo stesso terreno.

Sarà che il disagio e la protesta, qui come altrove, sono oggi esperienze solitarie…

Beh, qui da noi una volta la politica era molto organizzata. I partiti erano condotti da un’élite, chiamiamoli pure notabili, con molti limiti ma anche capace di guida e mediazione con la popolazione, che si riconosceva in queste strutture. Oggi c’è una presenza dei cittadini più diretta, grazie anche alle nuove tecnologie, mentre i partiti aggregano poco, quasi solo i potenziali candidati.

Democrazia più diretta e dunque più ampia?

Diciamo che internet favorisce una presenza immediata, emotiva, reattiva. Il vissuto politico è oggi reattivo, più che attivo. Non c’è un progetto di trasformazione, ma piuttosto una reazione alle molteplici preoccupazioni e sollecitazioni. E si reagisce immediatamente; gli strumenti ci sono. Penso alle votazioni referendarie, come alle reazioni sul web a volte un po’ deliranti. Diciamo che la politica ha subito una svolta emotiva: dalle ideologie alle emozioni.

Non le fa bene, l’emozione?

Le emozioni in politica possono essere buoni punti di partenza, e c’è emozione e emozione. Prima della reazione occorre però la riflessione. La nostra vita interiore è stratificata, per fortuna: prima, ad esempio, ci si può spaventare, poi vergognarsi di aver avuto paura, infine riconoscere alla paura una certa giustificazione, ma ritenere comunque che fosse eccessiva o in parte meschina. Ecco, questa si chiama maturazione, illuminata da una capacità riflessiva. Oggi la politica non sembra favorire atteggiamenti di questo tipo, ma reazioni immediate, senza spessore. Basti pensare alla questione dei profughi, che sta avendo un peso sull’opinione pubblica nettamente superiore alla sua reale portata. Per non parlare delle reazioni ad attacchi terroristici.

E nel frattempo non si riesce più a mediare. Cosa manca?

La democrazia organizzata è in crisi e probabilmente questo è legato anche alla crisi di autorevolezza delle classi politiche dirigenti, spesso screditate, o di un rapporto vero fra politica e cultura. Una volta i partiti erano anche espressione di mediazione culturale. In verità i leader di oggi sono più attenti alle reazioni emotive. La politica è diventata molto più leaderistica: il leader vuole contrapporsi all’organizzazione, e deve essere un comunicatore, deve fare i conti con la televisione ma anche coi nuovi mezzi di comunicazione elettronica. Mi ha colpito come Pablo Iglesias, leader del movimento progressista spagnolo ‘Podemos’, in una recente intervista arrivasse a enfatizzare il ruolo della comunicazione con toni alla Berlusconi, convinto che il medium sia il messaggio. Ma alla fine queste forme di comunicazione portano all’isolamento, perché ognuno è lì, con la sua ‘macchinetta’ alla ricerca autoreferenziale di quelli che la pensano come lui; e soprattutto a un individuo asociale e apolitico, perché non fa qualcosa assieme ad altri, non agisce in comune, ma reagisce da solo. In questa situazione i leader sono ancora più importanti, e occorre sperare che si trovi un equilibrio fra una leadership forte, che aveva comunque un ruolo importante anche in passato… In effetti non sono mancati uomini politici forti.

Che mancano oggi, magari. A questo proposito il Ps ticinese ne avrebbe proprio bisogno…

Già. Ma diceva l’equilibrio…

Certo. Una leadership forte, ma al contempo anche un progetto politico e culturale di peso e un vero gruppo dirigente, non è costituita solo di specialisti in pubbliche relazioni. Altrimenti si resta allo spettacolo che muove emozioni, ma il quadro è definito da altri: il potere economico e tecnocratico.

Il leader attuale si direbbe più funzionale a se stesso che non a un progetto, fagocitato dalla sua stessa immagine.

È il cattivo leader, che oltre a se stesso non ha più niente. Anche in Ticino abbiamo qualche esempio.

La Lega dei Ticinesi è riuscita però a sopravvivere al ‘Grande Leader’…

Beh, iniziamo col dire che in effetti l’ultimo leader forte, in Ticino, è stato Giuliano Bignasca. Ci vorrebbe un’analisi approfondita per capire cosa sta diventando oggi la Lega. Un partito moderato, conservatore? Ma può permettersi di abbandonare i tratti più smaccatamente populisti? Certo è che riesce a contenere tutto e il contrario di tutto, nel contesto attuale dove non c’è più un rapporto fra le dichiarazioni e i risultati. Perché sarebbe interessante, ad esempio, chiedersi che risultati produce questa politica leghista. A cosa serve litigare con l’Italia sul casellario giudiziale dei frontalieri? Se prendiamo anche solo un metro di distanza da questo problema, ad esempio, non fatichiamo a riconoscere il tutto come una barzelletta. Una commedia. Ed è evidente che in un simile contesto i risultati non arrivano. Eppure nessuno chiede conto di questo alla Lega, perché è saltato anche il legame razionale fra mezzo e fine. Siamo addirittura al punto, secondo me, che la politica è a volte ridotta solo a valvola di sfogo di un’insoddisfazione, in parte giustificata, in forme sterili; o che possono portare allo sconquasso. Penso, ad esempio, alla possibile vittoria della Le Pen in Francia: non oso immaginare i riflessi in Europa. Se invece tutto questo non capita, prosegue la commedia inconcludente, finché può durare.

E la sinistra?

Soffre più degli altri di tutto questo, anche se in Svizzera il fenomeno è meno acuto e il Pss tiene. All’inizio degli anni Duemila la sinistra governava in quattordici degli allora quindici Paesi dell’Ue. Oggi perde quasi ovunque. Negli anni in cui vinceva, ha tentato di umanizzare, per dir così, la globalizzazione neocapitalista, aprendosi a nuovi ceti e concedendo anche molto agli interessi del profitto. Con ciò ha però perso in parte il contatto con i ceti popolari. Poi è arrivata la crisi, e il rapporto col ‘popolo’ è diventato ancora più difficile. Il mondo è cambiato e il popolo anche. Le ingiustizie invece ci sono ancora tutte: la precarietà del lavoro, l’attacco al salario, la riduzione dello stato sociale, ma ciò nonostante si vive un arretramento, una vera ritirata, perché la situazione è tale da favorire la reazione in ordine sparso, e dunque perdente. Bisogna ritrovare i punti di aggregazione in una realtà assai cambiata.

Aldo Bertagni