Sviluppo del Ticino, alcune proposte

di Raoul Ghisletta, membro del Gran Consiglio

La polemica leghista e paraleghista contro il rapporto di ricerca «Approfondimento della situazione del mercato del lavoro ticinese negli anni successivi all’introduzione dell’Accordo sulla Libera Circolazione delle Persone (ALCP)», realizzato dall’Istituto ricerche economiche è benefica, se serve a ragionare su quale sviluppo vogliamo in Ticino, senza degenerare nella caccia alle streghe accademiche.

Il rapporto di ricerca contiene peraltro dei dati interessanti in particolare sulla formazione dei residenti svizzeri, dei frontalieri e degli stranieri residenti. La messa in concorrenza brutale della manodopera a livello italo-ticinese si fa sui livelli formativi oltre che sul ribasso continuo delle condizioni di lavoro: i classici frontalieri dei 20 km attorno al confine sono ormai sommersi da frontalieri molto qualificati e con esperienza professionale provenienti da tutta Italia. Anche le qualifiche professionali degli stranieri che si insediano qui da noi sono elevatissime ed anni luce distanti da quelle bassissime dei lavoratori portoghesi e slavi immigrati alcuni decenni fa per lavorare nell’edilizia e nella ristorazione. In mezzo a tutto ciò stanno gli indigeni, le cui qualifiche crescono grazie al buon sistema formativo ticinese, ma non abbastanza: e poi non è facile l’entrata nel mondo del lavoro per il residente che non ha mai lavorato, che è stato licenziato o che si è licenziato.

Sull’analisi della situazione di concorrenza enorme per la manodopera penso siamo tutti d’accordo. È sulle soluzioni che le posizioni politiche divergono. Distinguerei però due livelli.

Il primo livello è quello dell’atteggiamento sulla libera circolazione di merci, servizi e persone. Sicuramente i liberoscambisti la vedono positivamente e per loro è un dato irrinunciabile: pensano che il liberoscambismo crei ricchezze grazie a maggiori esportazioni e scambi di ogni tipo per la Svizzera e grazie a importazioni di merci e risorse intellettuali che da noi non si trovano o costano troppo. Ci sono liberoscambisti di destra e di sinistra: la differenza tra di loro sta nel livello di misure d’accompagnamento, che sono disposti a mettere in campo per lenire gli effetti collaterali delle bombe liberoscambiste. Inutile dire che in Ticino, in questo momento, i liberoscambisti di destra e sinistra sono piuttosto malvisti e che il vento in poppa, politicamente parlando, ce l’hanno gli oppositori alla libera circolazione delle persone.

Anche il fronte protezionista ha delle posizioni diverse al suo interno: si va dalle rozze posizioni isolazioniste e xenofobe alla posizioni più raffinate, che tentano di coniugare tutela del territorio/lavoratori e apertura economica del territorio, si va dal demandare a Berna il compito di effettuare la quadratura del cerchio all’elaborazione cantonale di soluzioni di protezione più o meno legali.

Il secondo livello del dibattito politico è quello dello sviluppo economico e sociale del Cantone. Siccome non siamo in Cina, è dubbio che lo Stato possa condizionare in modo chiaro e netto lo sviluppo economico di questa regione.

Alcune cose utili però il Cantone potrebbe farle e sono state peraltro in gran parte proposte:

1) acquistare, assieme con i Comuni e i Patriziati, terreni per lo sviluppo economico in modo da dettare, come proprietario del fondo, le regole alle aziende che vi si insediano: regole positive relative all’impiego dei residenti e alla sostenibilità ambientale;

2) rafforzare l’orientamento verso l’impiego dei residenti e la sostenibilità ambientale delle misure contenute nella Legge sull’innovazione (il messaggio che intende andare in questa direzione è all’esame del parlamento);

3) rafforzare la rete di asili nido e doposcuola per integrare meglio le madri residenti nel mercato del lavoro, privilegiando questo impegno finanziario rispetto a quello determinato dagli assegni di prima infanzia, che possono provocare l’uscita delle madri dal mercato del lavoro, con tutti i problemi legati al rientro sul mercato del lavoro (a differenza della formula del congedo pagato di maternità, che a mio parere va allungato);

4) rafforzare le misure attive per i disoccupati e gli assistiti ricollocabili (su questo fronte si stanno peraltro implementando nuove misure per il ricollocamento dei disoccupati ed è iniziata un’importante collaborazione tra ufficio del sostegno sociale/inserimento e uffici regionali di collocamento);

5) creare con i Comuni una società di pubblica utilità per reintegrare le migliaia di persone, che vivono (male) in assistenza o a carico dei famigliari e che potrebbero ritrovare dignità professionale, svolgendo mansioni socialmente utili (ovviamente penso a persone che non hanno la possibilità di tornare nel mercato del lavoro).

Sono cinque proposte di peso, sulle quali sarebbe importante concentrare il dibattito politico, superando gli steccati tra liberoscambisti e protezionisti.