La sanità tra pubblico e privato

di Roberto Malacrida, candidato al Consiglio degli Stati

Il Consiglio federale ha deciso, lo scorso giugno, che il diritto alla salute sia considerato fondamentale per ogni essere umano. L’universalità di tale diritto impone in primo luogo un dovere di equità, tale da garantire a ciascuno condizioni di benessere, combattendo le ineguaglianze esistenti e ottimizzando le pratiche per la conservazione della salute per tutti e per ogni età; tutelando soprattutto il benessere, la dignità e i diritti di chi ancora ne è privo e della generazione futura.

Non di rado si tende a interpretare il diritto alla salute come l’obbligo per lo Stato di fornire un numero illimitato di servizi per ristabilire una salute anche molto compromessa o per prolungare a costi esorbitanti la vita di un paziente che comunque non ha possibilità di guarigione: in realtà, occorrerebbe realizzare un equilibrio fra i diritti sanitari individuali e l’interesse comune della società. In altre parole, il diritto alla salute è il diritto di ciascuno a ricevere cure appropriate in tempi opportuni.

La nostra società ha reso complessa la definizione dell’«essere in salute», perché se le biotecnologie permettono alla medicina di avvicinarsi di molto alla verità diagnostica e la ricerca medico-epidemiologica a quella prognostica, nessuno è ancora in grado di eliminare l’incognita del destino: ci si illude di farvi fronte con un accanimento di esami radiologici e di visite specialistiche. Questo modo di procedere ha spesso un effetto perverso perché, non riuscendo a raggiungere mai un risultato sicuro al cento per cento, aumenta sovente l’ansia dei pazienti e diminuisce quel sentimento di benessere individualizzato di cui si diceva. A nostro avviso, questo fenomeno è pure responsabile di quell’esplosione dei costi conosciuto attualmente dai premi delle casse malati, ormai impotenti a trovare soluzioni durature per evitare quella medicina a più velocità che, da sempre, privilegia i ricchi rispetto ai poveri. A tale proposito, i risultati degli studi epidemiologici ci mostrano che la povertà fa ammalare soprattutto quando, in una determinata regione, la forchetta delle differenze economiche fra la popolazione si allarga: questo fatto ha, sull’insorgenza delle malattie e sulla loro prognosi, un’importanza statisticamente superiore a quella della povertà stessa di una data regione; la stessa correlazione vale, d’altronde, per le differenze rilevabili nell’ambito del successo o dell’insuccesso scolastico.

Per ritornare alle difficoltà dovute all’evoluzione biotecnologica della medicina attuale, ci sembra di dover sottolineare l’incapacità dei cittadini d’accettare la finitudine della vita, moderando la pretesa che ogni malattia possa essere guarita: si vorrebbe che a ogni diagnosi potesse corrispondere una cura che offra, e subito, una soluzione a tutto. Al contrario, la ricerca medica non riesce ancora a rispondere a tutti i desideri dei pazienti, che devono imparare a convivere, possibilmente bene sia nella vita privata sia nella professione, con la cronicità delle malattie: la nostra società, che premia chi appare vincente ed efficace, dovrà finalmente accettare la realtà di chi lavora con una possibilità limitata di rendimento e imparare ad apprezzarla. Se pensiamo alla situazione sanitaria dei paesi poveri, lo iato fra le capacità diagnostiche (ottenute grazie ai progetti di ricerca sperimentale da parte delle case farmaceutiche occidentali) e le possibilità d’intervento terapeutico (quasi nulle, fosse anche soltanto per i costi insostenibili) è infinitamente grande e incolmabile. Conviene notare a tal proposito quanto invece siano geniali le scoperte scientifiche come quelle che hanno portato all’assegnazione del premio Nobel di quest’anno: ai tre scienziati va il merito di aver rivoluzionato il trattamento di malattie parassitarie come la cecità fluviale e la malaria, fornendo all’umanità nuovi mezzi per combattere malattie debilitanti che colpiscono milioni di persone ogni anno, migliorando la salute umana e riducendo la sofferenza in modo incommensurabile.

Per finire, vorrei esprimere qualche considerazione sulla nostra realtà, in particolare rispetto agli ospedali pubblici. Oggi l’EOC manca di strutture intermedie postacute e per malattie croniche; non riesce così a evitare ricoveri inadeguati ai bisogni nei suoi quattro ospedali destinati principalmente a terapie acute, mentre dovrebbe poter investire anche in infrastrutture destinate ai casi meno gravi e cronici. L’EOC dovrebbe inoltre distanziarsi dall’ideologia che contraddistingue le istituzioni sanitarie private, caratterizzata dall’attenzione spasmodica alla massa di interventi (secondo la logica del «più si produce più si incassa», che induce a privilegiare il quantitativo sul qualitativo). Il sistema è di per sé perverso e così rimane anche perché «tutti ci guadagnano»: i medici chirurghi, gli amministratori, le casse malati e anche i politici, che sovente faticano ad andar contro gli interessi regionalistici, anche quando la logica del bene dei pazienti e dei risparmi finanziari per la società dovrebbe condurre a decisioni diverse da quelle espresse, per esempio, all’interno della Commissione della pianificazione ospedaliera. In un certo senso, si vive una sorta di disincanto rispetto alla necessità di certi interventi e all’assenza di un’efficace politica di prevenzione.

Resta un ulteriore dilemma attorno alla tematica della salute pubblica: quello concernente la collaborazione fra ospedali pubblici e cliniche private. Il servizio pubblico potrebbe essere contagiato dalle priorità d’ordine economico presenti nelle finalità più o meno trasparenti del settore privato. Si tratta di soppesare il guadagno finanziario rispetto alla sicurezza del paziente e alle qualità lavorative del personale curante: la soluzione politica dovrebbe consistere, a mio avviso, nella ricerca di una collaborazione clinica che favorisca l’ammalato, presupponendo un’equità di trattamento, la riduzione massima dei rischi, anche grazie a un numero maggiore di casi e un contratto collettivo di lavoro analogo per gli istituti di entrambi i settori.