Per una nuova Europa federalista e sociale

di Jacques Ducry e Sergio Roic

L’Europa è il continente che per primo, in una prospettiva storica, ha sviluppato leggi e una convivenza sociale definite civili. Ma che cos’è la civiltà se non la partecipazione di tutti e ognuno a una comunità certo composita, ma anche tendente verso un fine da raggiungere in comune? Alla vigilia di un interessante dibatitto promosso dal «Corriere del Ticino» (17 novembre all’USI di Lugano, invitati Massimo D’Alema e Tito Tettamanti) sull’Europa e il suo avvenire, prendiamo posizione in qualità di membri del movimento Numes (Nuovo movimento europeo svizzero) su ciò che l’Europa oggi è e rappresenta e su come potrebbe essere in avvenire.

Innanzitutto, una precisazione: l’Europa, accanto alle sue leggi civili, è stata pure nei passati secoli e millenni uno dei territori che ha causato e combattuto il maggior numero di guerre. Questa parte ingloriosa della sua storia, a seguito dei due massacri delle guerre mondiali, l’Europa, quella unita e riunita, ha cercato di evitarla ai giorni nostri. All’infuori del conflitto infrajugoslavo ci è pure riuscita negli ultimi settant’anni, un periodo storico pacifico inedito per il continente. Ciò si deve in massima parte all’idea e alla susseguente creazione di un’Unione europea che, oggi, sta al di sopra dei singoli Stati membri e comprende la quasi totalità delle nazioni europee.

Fatta l’importante precisazione sul superamento del concetto di guerra come risoluzione degli eventuali conflitti tra nazioni, chiniamoci però su ciò che è ancora perfezionabile (ed è molto) in questa Europa unita negli intenti, ma spesso disunita nella prassi delle sue parti componenti. Occupiamoci quindi dei due temi forse principali che coinvolgono, e non raramente angustiano, la realtà europea e quella dell’Unione europea in particolare come costruzione politica.

Il primo tema è quello di un auspicabile ma tuttora deficitario federalismo che, nella costruzione europea, sarebbe risolutore di molti problemi irrisolti e di molte situazioni incancrenite. Federalismo vuol dire innanzitutto codecisione delle parti alla politica unitaria. In questo ambito quale nazione può dare migliori indicazioni della Svizzera su come fare? La Svizzera, pur non facendo parte dell’UE, ne è il naturale modello politico quando si tratta di proporre soluzioni condivisibili da tutti nel vasto e complesso labirinto europeo fatto di economie, vissuti, lingue e culture diversi. Una federazione alla svizzera, e magari con una partecipazione attiva della Svizzera, aiuterebbe, e molto, nell’auspicabile costruzione di quegli Stati Uniti d’Europa che il movimento europeista svizzero propose già al momento della sua formazione, nel 1934. Stati, d’accordo, ma uniti e con un obiettivo unitario, dunque, quello di promuovere la comprensione tra culture e vissuti e quello, non meno importante, di promuovere la solidarietà economica tra le parti. La Svizzera, con la sua perequazione fra Cantoni al servizio di otto milioni di abitanti, funziona piuttosto bene in questo ambito e la sua struttura federale potrebbe davvero essere riproposta sulla grande scena europea che di milioni di abitanti ne conta cinquecento.

Il secondo tema è quello di un altrettanto auspicabile approccio solidale dell’Europa alle sue parti componenti. Una struttura autenticamente federalista sarebbe di grande aiuto in questo ambito, ma altrettanto importante e decisiva è la scelta di una via solidaristica fra Stati e nazioni appartenenti affinché le rivalità evidenti e la competitività che esiste tuttora fra di essi non l’abbiano vinta sull’idea e la realizzazione unitaria. Oggi è possibile limitare gli effetti della competitività economica con leggi ben definite, ma anche con un efficace e vero partenariato sociale fra l’imprenditoria e i rappresentanti sindacali dei lavoratori. Abbracciare questo tipo di modello sociale, oggi e qui, in Europa, sarebbe di fondamentale importanza sia per un’effettiva futura collaborazione fra le sue parti (che devono sentirsi tutte altrettanto importanti e tutte quante coinvolte nel processo comune) sia per la realizzazione completa del disegno europeo che è, intrinsecamente, un disegno egualitario (non si costruisce certo una casa comune con l’intento di lasciare una parte degli inquilini vita natural durante in cantina).

Si potrebbe obiettare: ma tutto questo quanto e come c’entra con la Svizzera (all’infuori della soddisfazione di veder abbracciato il nostro sistema federalista)? C’entra, eccome se c’entra, dato che oltre a una facilitazione di approccio, da parte svizzera, a un’Europa federalista anche la stessa UE attuale, o alcune sue parti, ci possono insegnare qualcosa, appunto in campo sociale-solidaristico dove quanto meno la Germania, ma anche l’Olanda, possiedono e promuovono un partenariato sociale certamente più evoluto del nostro.

Sediamoci, quindi, al tavolo con l’Europa: abbiamo molte cose da proporre e altrettante da ricevere in cambio. Un giorno, magari neppure lontanissimo, potremmo essere quella fiaccola federalista che arde nel notturno cielo continentale dalle vette che sono il centro e il fulcro del nostro continente, un continente che tutti si augurano che possa essere civile.