Lo studio dell’IRE è poco convincente

di Martino Rossi

L’economia politica è una «scienza confusa», diceva un professore di Oxford, che predilige il grigio al bianco o al nero…

Il men che si possa dire è che lo studio dell’IRE sul mercato del lavoro è poco accurato e poco chiaro. È una pecca grave per uno studio destinato non a specialisti, bensì ai deputati del Gran Consiglio. Persino nelle parti più facili (grafici, tabelle) i titoli e le didascalie non sono di immediata comprensione. Non parliamo poi delle spiegazioni sui modelli teorici delle ricerche sul mercato del lavoro di cui è presentata una rassegna sommaria, per altro con una conclusione deprimente: «La letteratura non fornisce un quadro coerente»: anche se la leggessimo, non ne sapremmo più di prima…

Eppure, in quelle pagine confuse e in quei modelli che semplificano la realtà, qualcosa di plausibile viene detto: che, tendenzialmente, la domanda di manodopera cresce se si può assumere a salari inferiori; che, tendenzialmente, le persone disposte a lavorare sono di più se il salario offerto è elevato; che è più facile per i datori di lavoro soddisfare la loro domanda a costi inferiori se il numero di lavoratori che cercano un impiego aumenta; che, di conseguenza, non è un paradosso che l’occupazione cresca simultaneamente alla riduzione dei salari e all’aumento della disoccupazione di lavoratori che cercano un impiego meglio retribuito.

Una situazione di questo tipo ha sempre caratterizzato il Ticino rispetto alla Svizzera, anche quando vigeva la priorità alla «manodopera indigena»: più posti di lavoro rispetto alla popolazione residente che non in Svizzera, ma salari più bassi (anche se non decrescenti) e disoccupazione più elevata.

Con una Lombardia in cui i disoccupati sono aumentati fino a 400.000 (60.000 solo nel Comasco e Varesotto) e dove i livelli salariali sono più depressi dei nostri, il quesito cui la ricerca dell’IRE avrebbe dovuto rispondere è se la libera circolazione dei lavoratori (che facilita l’assunzione di immigrati e frontalieri) ha aggravato o meno la situazione già problematica che il Ticino viveva precedentemente.

I dati presentati anche dall’IRE illustrano un aggravamento: dal 2002, benché l’occupazione in Ticino sia aumentata di 39.000 unità (con 29.000 frontalieri in più), cioè del 20% contro il 17% in Svizzera, il tasso di disoccupazione (secondo i criteri dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro) è quasi raddoppiato e il divario con quello nazionale è aumentato, mentre quello dei giovani è salito dal 12% al 17%. Quanto ai salari, ignorati curiosamente dall’IRE, la loro mediana è aumentata sì dell’11% dopo il 2002, ma il divario con la Svizzera si è ampliato dal –15% al –17%. Queste evoluzioni sono dovute solo alla libera circolazione? Sarebbe ingenuo e arbitrario affermarlo, poiché la sua introduzione non è certo il solo cambiamento dell’ultimo decennio.

Lo studio IRE si lancia poi in un’analisi con metodi econometrici poco trasparenti che gli autori non si degnano di rendere almeno un po’ intelligibili al pubblico. Persino la domanda cui pretendono rispondere è formulata in modo confuso. Annunciano dapprima di voler verificare se la «maggiore pressione migratoria» (dovuta alla libera circolazione o ad altro?) influisce sul «rischio di disoccupazione per la popolazione svizzera residente». Poco più oltre parlano invece di «popolazione residente in Svizzera», che non è la stessa cosa. In ogni caso, non rispondono alla domanda, perché indagano solo sulla probabilità per gli occupati di ritrovarsi senza lavoro l’anno seguente. Non dicono nulla sull’impatto dell’immigrazione e dei frontalieri sui residenti in cerca di primo impiego: hanno meno o più probabilità di trovarlo? E neppure sulla probabilità per un disoccupato di rimanere tale: eppure, loro stessi indicano che dal 2003 al 2014 la quota di disoccupati di lunga durata è aumentata dal 28% al 39% in Svizzera e dal 38% al 42% in Ticino.

I loro risultati, che non spiegano, né interpretano, né commentano, ma liquidano in poche righe, dicono che l’aumento degli immigrati non ha nessun impatto sul rischio di disoccupazione dei residenti, né in Svizzera, né in Ticino. L’aumento dei frontalieri, invece, ha un impatto «leggermente positivo» in Svizzera (diminuisce il rischio di disoccupazione), e nessun impatto in Ticino.

Saremmo felici se fosse vero, ma le pecche dello studio e anche i dati esposti dagli stessi autori non ci permettono purtroppo di considerare convincenti quelle conclusioni rallegranti.