Il rombo delle ruspe

di Mario Branda, sindaco di Bellinzona

Gli scorsi giorni il Municipio di Bellinzona ha presentato la proposta di salvaguardia dei monumenti storici della Città. Un impegno che si era preso nel 2013, quando, in seguito ad una decisione del Tribunale cantonale amministrativo, fu data luce verde alla demolizione del villino Salvioni in viale Franscini. Una proposta, quella presentata, che sicuramente risponde ad un bisogno sentito dalla popolazione, non solo della città, ma di tutta la regione.

Se il rombo della ruspa ha spadroneggiato la scena edilizia (e politica) ticinese della seconda metà del Ventesimo secolo, negli ultimi tempi si è gradatamente affermato un atteggiamento più meditato e attento al (rimanente) patrimonio architettonico e urbanistico.

Sempre più numerose sono state le voci levatesi a chiedere maggiore rispetto per questi beni che, ci si è resi conto, parte non marginale hanno nella formazione dell’identità e del senso di appartenenza dei cittadini al proprio territorio. La conservazione di una porzione qualificata di questo patrimonio appare quindi oggi, finalmente, rivestire reale interesse pubblico, stimolando l’autorità politica all’azione.

Detto fatto? Purtroppo non è così semplice. Sono infatti pure in gioco rilevanti aspetti economici e diritti collegati alla proprietà privata. Impedire una demolizione indiscriminata è importante, ma altrettanto è valorizzare il bene e riuscire a farlo vivere. La città di Bellinzona è impreziosita da parecchi edifici abitativi e, tra questi, oltre quaranta ville costruite a cavallo tra il Diciannovesimo ed il Ventesimo secolo con volumi e funzionalità assai diverse da quelle odierne. Non di rado edifici o ville imponenti lasciati disabitati per decenni e che oggi richiedono investimenti rilevanti per essere recuperati alla loro funzione con parametri aggiornati dal punto di vista energetico, della sicurezza e comfort. Ora, se già non è sempre scontato trovare proprietari disposti ad investire per assicurare il decoro delle facciate dei propri edifici in pieno centro storico, ancora più difficile è vedere proprietari motivati ad investimenti importanti per riattare e tenere vive ville antiche. Certo, vi è chi ha sostenuto che se non si trovano proprietari ticinesi interessati e sensibili al discorso storico-culturale, si possono sempre cercare investitori stranieri. Una soluzione che non mi piace e non mi convince. Non sono le mura e le strade – quantunque esteticamente apprezzabili – a fare le città, ma le persone che ci vivono e ci lavorano e che nei muri e nelle strade leggono la (propria) storia. Un pensiero di riconoscenza va quindi a quei proprietari che, vivendo e lavorando da noi, si impegnano in prima persona per conservare e tramandare queste importanti vestigia. Da parte del legislatore – Cantonale o Comunale – l’impegno ad evitare soluzioni demagogiche, scorciatoie legali, ma la responsabilità di trovare soluzioni concrete, compromessi ragionevoli tra esigenze della proprietà e tutela del nostro patrimonio storico. Mancasse questo, incomberebbe il rischio del conflitto e, con esso, della paralisi dell’azione di salvaguardia e della – indispensabile – rivitalizzazione del bene architettonico. Il pericolo, in definitiva, che al rombo eccitato delle ruspe, si sostituisca il malinconico silenzio del tempo che passa e che, incurante, piano consuma e tutto porta via.