Studio Ire: tra critiche giustificate e attacchi ideologici

di Carlo Lepori, presidente ad interim del PS Ticino

Il recente studio dell’Istituto di ricerche economiche (Ire) «Approfondimento della situazione del mercato del lavoro ticinese negli anni successivi all’introduzione dell’Accordo sulla Libera Circolazione delle Persone» ha sollevato una serie di reazioni dal tono a tratti isterico e inquisitorio. La frase incriminata del riassunto è la seguente: «La specificazione del modello mira a rispondere alla domanda se l’immigrazione aumenta il rischio di disoccupazione di lavoratori residenti (Svizzeri o stranieri domiciliati) e se l’effetto è per il Canton Ticino simile a quello per tutta la Svizzera. Secondo le nostre stime, non si riscontra alcuna prova che l’impiego di lavoratori frontalieri abbia aumentato il rischio di disoccupazione dei lavoratori nativi – né in Svizzera né in Ticino. Lo stesso vale per l’impiego degli stranieri domiciliati».

Che questa conclusione non risulti accettabile a molti, perché non corrisponde alla loro esperienza diretta o alla loro ideologia politica, non è certo sorprendente. Arrivare però a pretendere la chiusura dell’Ire, come chiesto dai rappresentanti leghisti, è inaccettabile! Ha quindi ragione il presidente dell’Usi Piero Martinoli a difendere l’autonomia accademica e a dire che «Il parallelismo è forte, ma non posso esimermi dal ricordare che il medesimo approccio fu adottato dai grandi regimi totalitari del passato, quali furono il fascismo, il nazismo, lo stalinismo – che ricorse alla chiusura di università e di altre istituzioni accademiche le cui ricerche non risultavano in sintonia con le aspettative».

Il problema sembra girare intorno alla definizione di «sostituzione», che per il prof. Maggi riguarda una persona impiegata che l’anno dopo si trova disoccupata a causa di un frontaliere, assunto al suo posto. Il vero problema potrebbe essere invece legato da un lato alla qualità del lavoro offerto: la precarizzazione rappresenta una vera e propria «sostituzione a monte»; e dall’altro al dumping salariale, cioè alla pressione sui salari dovuta all’ampia disponibilità di manodopera estera, pronta ad accettare stipendi più bassi, perché sempre molto interessanti rispetto ai livelli italiani o alla disoccupazione. Il fenomeno è già stato ampiamente denunciato dai sindacati (si veda il recente opuscolo «No al dumping» dell’Unione sindacale svizzera Ticino e Moesa). Sul tema, nello studio dell’Ire si trova solo un accenno: «Tuttavia, i risultati del nostro sondaggio tra le aziende mostrano anche che la concorrenza è grande per l’eccesso di offerta di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro. È quindi del tutto possibile che il vero problema non sia lo spostamento della manodopera attiva in disoccupazione, ma un ostacolo l’entrata nel mercato del lavoro dei residenti». Queste conclusioni sono ancora più problematiche, visto che Maggi e i suoi collaboratori non hanno risposto a tutti i quesiti posti dai mandanti dello studio, in particolare dal Gran Consiglio.

È solo con grande cautela che lo studio giunge a riconoscere che «il tasso di disoccupazione Ilo ha avuto la tendenza a salire, sia per la Svizzera nel suo complesso che per il Canton Ticino negli anni 2002-2015. L’andamento negli anni seguenti al 2010 suggerisce inoltre che la situazione in Ticino è leggermente peggiorata rispetto a tutta la Svizzera. Si osserva anche un aumento più che proporzionale della disoccupazione giovanile rispetto ad altri gruppi di età, nonché, contrariamente alla media svizzera, un aumento leggermente più forte della disoccupazione di lunga durata in Ticino. Non può essere escluso che questi sviluppi sono legati al contesto dell’aumento dell’occupazione frontaliera». Limitandosi a riferire i risultati statistici, basati su una definizione restrittiva di sostituzione sul mercato del lavoro, lo studio dell’Ire si espone a meritate critiche sulla scelta delle questioni da esaminare e sulle conclusioni riportate. E quando riconosce l’enorme importanza delle candidature spontanee dei frontalieri, «l’eccesso di offerta di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro» e «che il candidato straniero ha semplicemente mostrato il profilo più adatto per il posto da ricoprire», sta in realtà affermando che per i residenti (pochi di fronte all’enorme «esercito industriale di riserva» di marxiana memoria) la lotta per un posto di lavoro è impari e difficile, specialmente se collegata all’attesa di uno stipendio «svizzero».

Il Ps intende esaminare prossimamente a fondo lo studio dell’Ire, incontrandosi e discutendone con esperti, per poter esprimere con chiarezza le sue critiche all’approccio usato, ai risultati così ottenuti e a tutte le questioni non affrontate, specialmente l’estensione del dumping salariale. Già subito appare molto criticabile il metodo del questionario alle aziende per misurare un loro comportamento considerato negativo dall’opinione pubblica e quindi probabilmente non confessabile dagli interessati.

Il Ps deplora anche il tono altezzoso del prof. Maggi che di fronte allo sconcerto sulle conclusioni dello studio da lui diretto, invece di chiarirne la portata, si è limitato ad affermare che chi non è d’accordo con lui «non accetta la realtà». Con altrettanta convinzione il Ps si distanzia dall’utilizzo strumentale dello studio da parte di chi attacca l’Università della Svizzera italiana e utilizza metodi intimidatori verso i ricercatori.