Blocher: la fine dell’umanità

di Sergio Roic

Di recente ho letto un interessante romanzo dello scrittore argentino Feinmann a proposito della militanza nazista del grande filosofo tedesco Martin Heidegger. Il libro, nonostante sia una fiction, è davvero documentato e, per chi conosce il pensiero di Heidegger, illuminante. Insomma, le categorie filosofiche di Heidegger a proposito del Da-Sein (l’“esser-ci”) vengono inserite nel tempo in cui Heidegger insegnava (gli anni Trenta del secolo scorso, in Germania), un tempo di totale revanscismo sociale, etnico e persino razziale. Se ne evince un Heidegger che invita a vivere il momento (tema esistenzialista ripreso poi da Sartre in tutt’altra ottica), a non aver paura della morte (finché ci siamo noi, la morte non c’è – e viceversa) e a non avere pietà di coloro che non sono una comunità «del destino» (per il filosofo, la comunità «del destino» era quella tedesca).

Un paragone tra il grande Heidegger – che fu davvero un grande filosofo nella sua esplicitazione del rapporto tra Essere e Tempo («Sein und Zeit», la sua opera maggiore), ovvero della vita dell’essere (umano) nel tempo (storico ed esistenziale) in quanto unico essere (l’uomo) realmente «vivente» ovvero in grado di influire sulla realtà che lo circonda – e il politico e miliardario svizzero Christoph Blocher potrebbe sembrare persino irriverente, dato che Heidegger, nel bene e soprattutto nel male, ha davvero sviscerato le categorie esistenziali (superoministiche) che, ciclicamente, ritornano come sentimento e prassi anti-solidale e anti-cosmopolita (anti umana), mentre Blocher ha solo tentato (riuscendovi comunque in buona parte) di condizionare la politica di un paese (la Svizzera) a suon di campagne milionarie e di slogan di ripiegamento quando non xenofobi.

Eppure, un paragone del genere oggi si impone perché di questo passo (il passo di Blocher) ci ritroveremo, qui nella nostra civilissima Svizzera, a inseguire sogni superoministici basati non su una comunità di destino storico-militare, ma sulla ricchezza materiale. Il discorso di Blocher, in effetti, si basa su alcuni consolidati miti (in buona parte inventati dall’Ottocento svizzero onde unificare un paese diviso) sul popolo svizzero ma soprattutto sulla ricchezza materiale del paese, che non dev’essere intaccata dall’elemento straniero. L’elemento straniero, che ammonta a ormai un quarto della popolazione svizzera (per non parlare delle origini: più di metà degli svizzeri, e il 70% circa dei ticinesi, non hanno i quattro nonni nati in loco), è funzionale all’economia e alla ricchezza svizzera (gli stranieri sono lavoratori indefessi e contribuiscono con famiglie numerose di figli alla salvaguardia di pilastri come l’AVS) ma viene demonizzato in quanto «destabilizzatore» e «invasore» in un Paese quasi del tutto privo di autentico conflitto sociale.

Ma gli stranieri, visti come comunità del «non destino» svizzero, sono brutalizzati dal tribuno politico Blocher in una negazione completa dell’umanità quando non della decenza e dell’intelligenza. Blocher, infatti, è indecente e inintelligente quando se la prende col bambino affogato sulla spiaggia greca e con l’elemento straniero in Svizzera, quell’elemento che è alla base della sua ricchezza materiale, e non solo.