La scuola e il suo piano

di Manuele Bertoli, membro del Consiglio di Stato

In un articoletto piuttosto aggressivo pubblicato ieri su questo giornale Lauro Tognola se la prende con il linguaggio usato nel nuovo Piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese, approvato dal Consiglio di Stato lo scorso luglio.

Non c’è qui tempo né spazio per spiegare ai lettori i concetti estrapolati qua e là dal documento a mo’ di esempio di quel che non andrebbe bene; quelli che Tognola chiama con inutile disprezzo «signorini del ramo» lo potranno fare bilateralmente senza importunare i lettori, ma due cose brevi vanno dette. Innanzitutto il piano di studio, sebbene faccia parte di un ampio processo di riforma di cui anche il progetto «La scuola che verrà» è parte, è altra cosa rispetto a quest’ultimo. Si tratta di due progetti ben distinti. Il piano, che definisce i contenuti scolastici, è per la scuola che c’è ed è in fase di implementazione, un percorso che durerà qualche tempo; il progetto «La scuola che verrà», che si occupa dell’organizzazione della scuola dell’obbligo, verrà invece presentato in primavera sulla base del rapporto finale del gruppo di lavoro.

In secondo luogo, può darsi che il linguaggio usato nel documento criticato possa qua e là apparire ostico, ma il piano di studio non è un bestseller, bensì uno strumento di lavoro per i docenti. Uno strumento che per essere implementato necessita di un grande lavoro di formazione continua degli insegnanti, di confronto tra esperienze e magari di qualche correzione qualora ciò si rendesse opportuno. Strumenti e processi che la scuola conosce bene e che non andrebbero banalizzati e liquidati con qualche battuta sul linguaggio settoriale usato in un testo.