Meryl Streep e la questione della rappresentanza

di Marina Carobbio Guscetti, candidata al Consiglio nazionale

È stato presentato in questi giorni al London Film Festival e aprirà il prossimo Festival di Torino, il film ‘Suffragette’ che racconta la storia del movimento femminista britannico e di alcune delle sue protagoniste. Un film che ripercorre una parte della storia per l’ottenimento del diritto di voto e di partecipazione alla vita politica delle donne, nel quale l’attrice Meryl Streep interpreta la figura storica del femminismo inglese Emmeline Pankhurst. Un film che – speriamo – permetterà di discutere sulle disparità di genere e sui diritti violati anche delle donne di oggi. Leggendo di questo film, che andrò certamente a vedere, e senza aver la presunzione di paragonare la società inglese di inizio Novecento a quella svizzera attuale, non posso sottrarmi dall’esprimere alcune considerazioni sulle imminenti elezioni federali.

Il meno che si possa dire è che la presenza dei temi di genere – dalla parità salariale alla ripartizione tra lavoro retribuito e lavoro di cura, sino alla rappresentanza di genere in ambito dirigenziale e nei consessi politici – in questa campagna sia stato piuttosto negletto. Eppure gli spunti ci sono e potrebbero coinvolgere nel dibattito pubblico e politico donne e uomini: la differenza salariale tra i generi è ancora del 18% (con una parte sostanziale dovuta a vere e proprie discriminazioni salariali), la crescente precarizzazione del mondo del lavoro che colpisce molte donne, la carenza di strutture di accoglienza per bambini anche nel nostro cantone, le difficoltà di molte donne con formazioni di alto livello a realizzare una carriera accademica. Nemmeno il tema del congedo parentale, che è affiorato qua e là in questi mesi, è riuscito a decollare. Eppure, secondo un sondaggio, l’80% degli svizzeri auspica un congedo paternità pagato! Peccato non averne parlato di più, strappando alla politica delle possibili risposte. I benefici ottenuti grazie alla parità non fanno l’interesse delle sole donne, ma della società nel suo complesso. A monte è opportuno riflettere sul perché di questi temi si parla poco, sulle ragioni che hanno spinto media e partiti a non interessarsene. E soprattutto su come mai non ci si interroghi, a oltre quarant’anni dall’introduzione del diritto di voto e di eleggibilità delle donne, del motivo per il quale le donne rimangono nettamente sottorappresentate in parlamento (19,6% al Consiglio degli Stati e al 31,0% al Consiglio nazionale) e verosimilmente lo saranno ancora nella prossima legislatura. L’elezione nelle legislature precedenti di giovani donne in parlamento è certamente stata salutare, portando alla politica una ventata positiva con donne determinate, con figli piccoli, gravidanze e maternità durante la carica.

Ma non basta. Il problema della minor presenza di donne nella politica svizzera non può essere liquidato con le solite frasi stereotipate “le donne non sono disponibili a candidarsi”, o addirittura, “sono le donne a non votare donna”. Certo, oggi nel nostro paese le battaglie delle donne da fare sono ben altre di quelle del secolo scorso. Ma il rafforzamento della democrazia partecipativa è un presupposto per più giustizia e passa anche da una maggiore presenza delle donne nei consessi politici, così come d’altronde delle minoranze, generalmente sottorappresentate.

In questo ultimo scorcio di campagna elettorale, giustamente, si moltiplicano gli appelli al voto e a non disertare le urne. Se la legittimità della nostra democrazia è a rischio con il crescente astensionismo, lo è anche con una sottorappresentanza delle donne. Una società democratica deve, infatti, garantire a tutte e tutti le stesse possibilità di partecipare, ma anche di essere eletti, non solo formalmente, ma anche di fatto. Aumentare il numero di donne laddove si prendono le decisioni e si esercita il potere non è forzatamente sinonimo di cambiamento, ma è comunque una premessa necessaria perché questo cambiamento avvenga.