Una scelta di paese alle elezioni federali

di Pietro Martinelli

Queste elezioni federali saranno di grande importanza per il futuro orientamento politico della Svizzera. In tutti i campi, dalla politica estera a quella economica, a quella sociale, a quella ambientale. I sondaggi concordano nel prevedere una svolta a destra con una avanzata di Unione democratica di centro e Partito liberale radicale. Anche se, come è probabile, non arriveranno a raggiungere la maggioranza assoluta nell’Assemblea federale è possibile che una avanzata importante di UDC e PLR porti a un cambiamento dei rapporti di forza nel Consiglio federale con la nomina di un secondo rappresentante UDC. In questo modo la destra avrebbe la maggioranza assoluta in Governo pur senza averla nel Parlamento e nel Paese.

I liberali di tutte le tendenze (ma anche alcuni popolari democratici) sono infatti convinti che occorra ridare all’UDC il secondo seggio in Governo, perché sperano in questo modo di evitare che l’UDC continui a sfruttare lo strumento dell’iniziativa popolare costituzionale con proposte populiste su temi sensibili, creando problemi all’economia e ai rapporti con il nostro principale partner commerciale, l’Unione europea. Inoltre lo fanno con modalità che arrischiano di mettere in crisi la stessa democrazia diretta.

Tuttavia immaginare che l’UDC abbandoni una strategia che l’ha portata dai 25 seggi al Nazionale nel 1991 a 62 seggi nel 2007 (scesi poi a 54 nel 2011) sembra una pia illusione, anche perché raramente nella storia un partito che ha guadagnato ampi consensi con un populismo spinto è stato poi capace di fare marcia indietro.

PLR e UDC non vanno d’accordo su tutto. Hanno un orientamento simile per quanto riguarda l’economia, la socialità, e, probabilmente, anche l’ambiente, mentre hanno una orientamento diverso per quanto riguarda bilaterali e immigrazione. Nei settori dove la pensano (quasi) allo stesso modo è probabile che cercheranno di difendere assieme quella visione liberista dell’economia e del ruolo dello Stato che la crisi economica, le disparità crescenti all’interno di Paesi e regioni e gli scandali che si sono succeduti dal 2008 ai nostri giorni hanno messo in crisi.

In regime capitalista il ruolo dello Stato dovrebbe essere quello di definire le modalità di funzionamento dell’economia tali da favorire, grazie alla concorrenza, la piena utilizzazione delle risorse e lo sviluppo, di correggere gli effetti che i meccanismi di mercato producono sulla distribuzione di reddito e di ricchezza e quindi sulla coesione sociale e di definire l’idoneità dei processi decisionali che favoriscono comportamenti coerenti con una ordinata evoluzione della vita economica (cfr. prof. Roberto Artoni, Università Bocconi).

Le statistiche, ma anche la percezione di ognuno di noi, portano a concludere che i comportamenti economici oggi siano tutt’altro che coerenti con una ordinata evoluzione della vita economica e che producano una distribuzione di reddito e ricchezza sempre più disuguale.

La globalizzazione, la libera circolazione dei capitali favorita dalle nuove tecnologie e la finanziarizzazione dell’economia favorita da strumenti finanziari oltremodo strutturati e complessi, hanno creato una ricchezza finanziaria che è pari a 15 volte il PIL prodotto in una anno in tutto il mondo (600.000 miliardi contro 40.000 miliardi).

La concorrenza, oltre che dai cartelli e dai monopoli, dalle falsificazioni e dai raggiri messi in campo da operatori economici di primo piano per trarne illecito profitto e dall’evasione ed elusione di imposta è ostacolata anche da una informazione sempre più asimmetrica di investitori e risparmiatori in funzione della loro ricchezza. Chi possiede molto ha la possibilità di informarsi meglio e di speculare o, persino, di influenzare i saliscendi della borsa, moltiplicando la propria ricchezza. I piccoli e medi risparmiatori, se non vogliono rischiare di perdere tutto, devono accontentarsi di quel poco che oggi passa il mercato.

Tutto questo configura una sempre più disordinata evoluzione della vita economica, una sua degenerazione che va fermata dalla politica, da accordi tra gli Stati a livello mondiale. Come è avvenuto, anche per necessità di cassa degli USA, per il segreto bancario.

Pur senza sottovalutare le insidie di un percorso virtuoso, ritengo che chi sta ancora difendendo oggi il segreto bancario in Svizzera (UDC e PLR) non diventerà mai una componente attiva in modo intelligente delle forze che promuovono più trasparenza, più controllo, più collaborazione in Europa e nel mondo.

Prima di pensare alla «responsabilità sociale delle imprese», che pur è un obiettivo da perseguire, si dovrebbe pensare almeno alla «responsabilità sociale degli Stati»!

Per quanto riguarda la redistribuzione del reddito e l’obiettivo della coesione sociale, la destra, anche in Svizzera e in Ticino lamenta l’aumento dei costi e la mancanza di soldi da parte degli enti pubblici per soddisfare i bisogni crescenti se non altro per ragioni di carattere demografico.

La priorità viene data alla concorrenza fiscale. Un obiettivo comprensibile se non fosse che la nostra aliquota fiscale complessiva è già di gran lunga la più bassa in Europa, mentre nel mondo siamo secondi di pochissimo solo agli Stati Uniti che, tuttavia, hanno un debito pubblico tra i più elevati. In rapporto al PIL più di tre volte la nostra percentuale (104% rispetto al 35%). Una percentuale, la nostra che è scesa dal 50% di inizio secolo al 35% dopo l’approvazione nel 2001 da parte del popolo dell’articolo costituzionale sul freno all’indebitamento. Articolo la cui applicazione è costata la rinuncia a investimenti importanti e a tagli nella socialità e che altri ne costerà nel prossimo futuro soprattutto se si diminuiranno le imposte («a ogni diminuzione delle imposte deve corrispondere una diminuzione delle uscite»).

Opacità dell’economia, sgravi fiscali in regime di freno all’indebitamento, evasione ed elusione di imposta con un governo in mano alla destra saranno pagati dall’ambiente, dalla formazione e dalle classi sociali più deboli in un quadriennio nel quale verranno affrontati tra l’altro temi sensibili quali quello delle assicurazioni sociali 2020 e della sanità 2020.

I prossimi anni potranno essere anni di grandi cambiamenti a livello mondiale, europeo e svizzero. I cambiamenti è meglio prevenirli che subirli come la Svizzera ha purtroppo fatto con il segreto bancario. Non decideremo noi ticinesi come sarà la Svizzera nel 2020, ma un piccolo contributo a favore della trasparenza e dell’equità possiamo darlo: mandando a Berna un rappresentante della sinistra al posto di un rappresentante della destra, populista o liberista che sia.