Con coraggio e ambizione

Intervista pubblicata sul numero di ottobre 2015 su “Ticino Management”
a Evaristo Roncelli, candidato al Consiglio nazionale

Nato nel 1989, dopo il Bachelor in Scienze economiche all’USI, sta concludendo il Master in Economia politica presso l’Università di Friburgo. Lavora in parallelo nell’amministrazione di un’azienda della distribuzione di prossimità. Dal 2009 è attivo in politica, perché crede sia un dovere di ogni persona cercare di migliorare il mondo in cui vive.

Da una parte, all’inizio di quest’anno la BNS in pochi giorni ha deciso una mossa che ha portato con sé pesanti ripercussioni sull’economia svizzera, dall’altra si necessitano anni per la revisione dell’AVS. In che direzione vanno le istituzioni svizzere? Come e dove snellire la burocrazia?

In politica come nel mondo imprenditoriale esistono due modi di agire. Il primo, incentrato sul lungo periodo, si concentra sui valori. Su che tipo di nazione vogliamo avere in futuro, sui nostri obiettivi. Il secondo metodo ha un orizzonte temporale più breve e si concentra sui problemi operativi. Entrambi sono egualmente importanti, poiché se non si ha una visione si finisce per navigare a vista, senza nessuna progettualità. Mentre se non si prendono in considerazione le nuove informazioni e le emergenze quotidiane difficilmente si può rimanere coerenti alla propria visione. Nella politica federale i due compiti dovrebbero essere suddivisi fra Legislativo ed Esecutivo, sempre con gli inevitabili influssi reciproci, suggerimenti operativi da parte del Parlamento e indicazioni sulla visione da parte del Consiglio federale.
La globalizzazione ha aumentato la pressione sul nostro sistema politico, con sempre più problemi cui rispondere in tempi brevissimi. A differenza del mondo economico, le istituzioni politiche faticano ad affrontare le sfide della modernità. Non bisogna però rassegnarsi, il mondo politico deve essere in grado di innovare e rinnovarsi. La burocrazia va minimizzata, e i nuovi mezzi tecnologici permettono passi da gigante in questa direzione. Ad esempio i documenti elettronici consentono alle aziende di evitare stampe inutili e doppioni. Si pensi alle domande di costruzione ancor oggi spedite in copia cartacea a più uffici facendo perdere inutilmente tempo ad architetti e addetti del settore. Per permettere un’ulteriore semplificazione della burocrazia bisogna necessariamente passare da una rivoluzione culturale. La fiducia verso le imprese e i cittadini va mantenuta perché è un pilastro fondamentale della cultura svizzera, che permette un’azione corretta da parte delle istituzioni. Nel contempo va accresciuta la fiducia nei confronti dell’ente pubblico, ancor oggi visto come un ostacolo e non come un partner fondamentale per l’impresa. Migliorando questi aspetti credo sia possibile avere effetti positivi sia per lo Stato sia per le imprese e quindi per la società nel suo insieme.

Accordi bilaterali, applicazione dell’iniziativa sull’immigrazione di massa, disoccupazione,… sono solo alcuni dei temi critici che incidono fortemente sulla nostra economia. In che direzione deve andare la Svizzera?

La Svizzera è confrontata con scelte importanti per quel che concerne le sue relazioni con l’estero. Gli effetti negativi degli accordi economici iniziano a diventare insostenibili sul piano sociale, con un contraccolpo negativo anche sul piano economico. Basti pensare all’aumento degli affitti che crea problemi non solo agli inquilini ma anche alle PMI che non possiedono uno stabile di proprietà. In questa situazione controversa c’è chi ha approfittato, essendo leader nel proprio settore, della semplificazione nell’accesso ai mercati stranieri, ma ci sono anche molte aziende che hanno subìto la fortissima pressione della concorrenza straniera. Nel complesso l’economia svizzera ci ha guadagnato, tornando a crescere dopo un periodo di stagnazione ma la distribuzione di questi vantaggi non è stata omogenea.
La redistribuzione delle risorse effettuata dall’ente pubblico ha solo attenuato l’incremento delle disparità ma non è tuttavia sufficiente a mantenere la coesione sociale. Se un lavoratore si vede costretto ad essere a carico degli aiuti pubblici poiché il suo stipendio non è sufficiente a coprire il costo della vita, magari la singola azienda avrà un vantaggio di competitività sul breve periodo ma la persona in questione si troverà in una situazione di disagio e incertezza che nuoce alla società.
Se si vogliono mantenere i vantaggi derivanti da un’apertura verso l’estero, la redistribuzione non può esclusivamente passare dall’ente pubblico ma deve essere fatta direttamente dalle imprese che si trovano in una situazione agiata, versando salari adeguati e pagando prezzi corretti alle aziende fornitrici.
Personalmente credo in una Svizzera coraggiosa e ambiziosa, cosciente dei propri mezzi e capace di affrontare le sfide economiche che l’apertura richiede. In quest’ottica come candidato al Consiglio nazionale ritengo che il Parlamento debba impegnarsi su due fronti: mantenere condizioni quadro competitive affinché le aziende siano nella condizione di produrre ricchezza e creare a una serie di leggi che permettano a questa ricchezza di essere goduta da tutta la popolazione residente.