Senatori, e poi?

Intervista pubblicata il 5 ottobre 2015 su “il Caffè”
a Roberto Malacrida, candidato al Consiglio degli Stati

Il Consiglio degli Stati, da sempre, è la Camera Alta della Confederazione. E Alta sta per ‘saggia’, perché qui dovrebbero sedere i rappresentanti dei Cantoni ancor prima che dei partiti di appartenenza. In Ticino, non a caso, l’elezione dei ‘senatori’ avviene tramite sistema elettorale maggioritario e dunque trasversale alle posizioni delle parti, nonché molto accentuato sulla personalità dei candidati. È ancora così? Il Consiglio degli Stati è ancora oggi il ‘Senato dei saggi’ dove si media e si smussa la conflittualità del Consiglio nazionale, in un rapporto dialettico ed equilibrato fra esigenze regionali e nazionali? Lo chiediamo direttamente ai candidati ticinesi in lizza nell’elezione del 18 ottobre.

Si direbbe un’elezione scontata, anche secondo il recente sondaggio del Gdp: nella corsa ticinese al Consiglio degli Stati non c’è battaglia, perché sono ampiamente in testa i due uscenti, ovvero Filippo Lombardi (Ppd) e Fabio Abate (Plr). Ma è davvero così? Che per gli altri candidati non sia una battaglia semplice, già lo si sapeva dall’inizio. Per diverse ragioni. Intanto Abate e Lombardi godono di un ampio consenso – e non potrebbe essere altrimenti, dato il sistema elettorale maggioritario – che travalica il partito di riferimento e al contempo l’intero asse elettorale ticinese si è parecchio spostato a destra, tanto da lasciare poche chance ai candidati della sinistra. E data la ‘copertura’ dell’area di riferimento, lo stesso ‘cavallo’ della Lega-Udc rischia di restare al palo. Poi, come sempre, mai dire mai. Le urne, lo sappiamo, sanno stupire anche i politologi più navigati.

Dunque una campagna moscia, scontata? In verità, potenziali eletti o meno, i temi ci sarebbero e il confronto potrebbe guadagnarci parecchio. Usiamo il condizionale perché non tutto è dato. Per dire. Qual è il ruolo del ‘senatore’ all’interno della cosiddetta ‘camera alta’? Davvero, come alcuni sostengono, gli Stati contengono sostanzialmente i rappresentanti dei Cantoni o possono ambire ad altro? Alcuni candidati, nelle risposte qui pubblicate, evidenziano entrambi gli aspetti: la tutela degli interessi cantonali (a difesa del federalismo) e al contempo il bene comune confederale ottenibile solo tramite il compromesso, vero paradigma elvetico. Che non dev’essere cosa facile, perché non sempre le priorità cantonali coincidono con l’interesse superiore, quello della Confederazione. I ticinesi che rivendicano meno pressione dalla libera circolazione delle persone, ne sanno qualcosa. Qui, vicino alla frontiera, si vive e si riflette una realtà; a Berna la stessa realtà occupa uno spazio ridimensionato perché la libera circolazione delle persone rientra in un pacchetto d’accordi con l’Unione europea dove altri capitoli sono determinanti per il benessere generale della Svizzera. Della serie, non possiamo buttare via il bambino con l’acqua sporca. Per quanto non si può lasciare ad alcuni solo la seconda… È però questa la vera sfida del futuro, di una concertazione federalista sempre più fragilizzata anche dall’evoluzione pianificatoria che vede le città sempre più grandi e una periferia sempre più schiacciata. Una nuova emergenza che va ad aggiungersi a quelle di sempre. Chiunque verrà eletto al Consiglio degli Stati, una cosa già la sa: essere oggi senatore è assai più impegnativo di ieri.

Qual è il ruolo, a suo giudizio, del deputato federale nella dialettica fra identità regionale e coesione nazionale?

A mio avviso, il deputato federale deve superare la dialettica fra Cantone e Confederazione per lottare contro le leggi che favoriscono l’ingiustizia sociale, per esempio quelle fortemente sostenute dalle varie lobbies del campo sanitario. Il deputato al Consiglio degli Stati deve difendere il proprio Cantone con intelligente determinatezza, preservandone la dignità, senza cadere nel populismo: il compromesso può essere talvolta una buona soluzione per raggiungere gli scopi a favore della classe dei poveri, ma, almeno per la Sinistra, è da raggiungere senza mai “vendere l’anima”.

Come giudica l’attività alle Camere della Deputazione ticinese in quest’ultimo quadriennio? Cosa farebbe lei che non è stato fatto?

Il giudizio, naturalmente, non è favorevole, perché la sua maggioranza è di centro-destra (l’unica rappresentante della Sinistra è Marina Carobbio) e, quindi, non ha mai votato a favore di una politica che favorisse i vulnerabili, i poveri e i precari. Nel caso fossi eletto, mi occuperei delle problematiche legate all’energia nucleare per evitare che la destra tenga in funzione all’infinito le vecchie centrali; mi interesserei affinché la cultura e la ricerca ricevano un sostegno triplicato, togliendolo dalle spese militari; naturalmente, mi preoccuperei dell’aumento delle spese sanitarie dovute sia alle nuove biotecnologie sia alla perversa evoluzione della nostra società che non accetta più il rischio ragionevole; fosse soltanto per la mia sensibilità medico-sanitaria, mi impegnerei affinché ci siano meno strade e, quindi, minor inquinamento: attraversamento del Gottardo soltanto con AlpTransit.

A cura della redazione Cantone