Famiglie liberali e spose bigotte

di Virginio Pedroni

“Ora, affinché una famiglia liberale viva una vita serena ed educhi una robusta prole liberale, è necessario che i nostri giovani stiano alla larga dalle fanciulle bigotte”. Questo rude ammonimento è contenuto in un articolo del giornale liberale ‘Avanguardia’ apparso il 1° ottobre 1927. La citazione, ricavata dal libro di Pompeo Macaluso Liberali antifascisti (Dadò, 2004), è un’eloquente testimonianza del radicamento sociale dei partiti nel Ticino del secolo scorso.

Essi, liberali, conservatori o socialisti che fossero, non solo selezionavano i rappresentanti politici e gestivano il potere, ma erano anche fonti di identità collettive forti, rappresentando momenti importanti di socializzazione e aggregazione che finivano col coinvolgere, come si vede, persino la vita privata. Ovviamente non poteva mancare la faziosità, con note ai nostri occhi grottesche. La democrazia nell’epoca dei partiti fu anche questo. Essi seppero dare voce ai contrastanti interessi sociali, mediare e organizzare il consenso, formare e mobilitare i cittadini, perseguire finalità collettive alla luce della loro ideologia; ma furono anche l’espressione di una società fortemente gerarchizzata, spesso autoritaria, repressiva, intollerante. Ora quei tempi sono lontani, con i loro pregi e difetti, e anche nel nostro Cantone stiamo assistendo alla fine della centralità dei partiti e al passaggio ad altre forme di democrazia.

I politologi ci dicono che alla democrazia dei partiti è succeduta la democrazia del pubblico: al centro della vita democratica non ci sono più i partiti di massa, con la loro ideologia, organizzazione capillare e base sociale stabile, ma i leader, che si rivolgono direttamente agli elettori, divenuti generico pubblico, soprattutto attraverso la televisione, ma ora ovviamente anche nella rete. Il leader, che è un abile comunicatore, è scelto non sulla base del programma, ma per la sua capacità di intercettare il mutevole consenso degli elettori. Le campagne elettorali assomigliano sempre di più a campagne pubblicitarie. I cittadini votano per partiti diversi a seconda dei temi e dei leader in campo. Le linee di divisione politica non sono espressione di quelle sociali ereditate dal passato (città-campagna, Chiesa-Stato, capitale-lavoro), ormai mobili e frammentate, e dipendono molto dalle scelte strategiche e di immagine dei politici, che a loro volta sondano in continuazione il pubblico per orientarsi. I partiti non hanno profili chiari, volendo quasi tutti assecondare le ondate d’opinione prevalenti, mentre i candidati cercano di portare sulla scena elementi, magari superficiali e estemporanei, di divisione per differenziarsi.

Anche la nostra vita politica cantonale palesa queste linee di tendenza: convergenza dei partiti sui temi che vanno per la maggiore, forte mobilitazione di candidati ed eletti in cerca di visibilità, aperitivi al posto di comizi o dibattiti, uso intenso della rete, propensione a ricorrere a toni e stili sguaiati ecc. Pure in questo nuovo contesto non mancano risvolti grotteschi, ad esempio nella ricerca sfrenata della visibilità: dal pathos dell’appartenenza si è passati a quello della distinzione (occorre sempre e comunque farsi notare).

Che la democrazia muti le sue forme non è di per sé strano o negativo. Il problema sorge se il mutamento diviene deformazione. Il ruolo accresciuto dei leader, il peso ridotto dei partiti e una maggior frammentazione e volubilità dell’opinione pubblica non determinano in quanto tali una crisi della democrazia, se si accompagnano a riforme dei sistemi istituzionali atte a garantire l’adeguato controllo dei leader e degli esecutivi, se la frammentazione sociale e la sfiducia in istituzioni e partiti non divengono qualunquismo, ma fanno sorgere movimenti, associazioni, istanze di controllo dal basso, nuove espressioni di cultura politica, momenti di democrazia deliberativa, inedite forme di partecipazione e impegno, rese possibili anche dalla rete. È inoltre essenziale la presenza di un autentico pluralismo mediatico. Infine, anche in questo nuovo contesto i partiti possono svolgere un ruolo rilevante, nel selezionare i leader, nell’affiancarli e condizionarli, nel costituire le squadre di governo. Nella formazione delle liste e nelle campagne elettorali i partiti, vecchi e nuovi, hanno ancora una funzione cruciale e anche in parlamento.

Ma questa transizione virtuosa ad una nuova forma di democrazia non sembra essere sotto i nostri occhi. Essa è resa difficile in primo luogo da più generali fattori di crisi degli assetti democratici, riconducibili a processi che mettono sotto pressione i sistemi politici e le istituzioni (globalizzazione, aggressività del capitalismo, ridimensionamento del ruolo degli Stati nazionali ecc.). Sta di fatto che la crisi dei partiti e la democrazia del pubblico vengono a coincidere con una crescente disaffezione dalla politica, di cui la calante partecipazione elettorale è un sintomo; con una cittadinanza sempre più dominata da spinte emotive (paura, rabbia, indignazione) che vengono continuamente risvegliate, in Svizzera spesso ricorrendo all’esercizio della democrazia diretta, ma mai rielaborate attraverso un serio discorso pubblico: passioni di corto respiro e indifferenza di fondo si mescolano.

Il ruolo di socializzazione politica che i partiti svolgevano non è stato assunto seriamente e, soprattutto, stabilmente da nessun’altra forma organizzativa. Questo pesa in particolare sui giovani. Certo, ci sono i movimenti, ma la loro capacità di mobilitazione è di breve periodo e i loro obiettivi parziali. La socializzazione fornita dai partiti era da un lato, ovviamente, di “parte”, ma dall’altro aveva, nella maggior parte dei casi, un occhio per l’interesse generale e la stabilità istituzionale. Nella democrazia dei partiti il consenso popolare allo Stato democratico era dunque mediato da queste grandi organizzazioni che avevano un piede nelle istituzioni e l’altro nella società, che sapevano raccogliere consenso ma anche progettare e amministrare.

È stato da più parti osservato come oggi la sfera della decisione e quella del consenso tendano invece a separarsi: si decide in ambiti sempre più ristretti e si dibatte (o più spesso si chiacchiera, ci si sfoga, si insulta…) in ambiti sempre più ampi, ma sostanzialmente ininfluenti. Anche quelle che a prima vista potrebbero sembrare battaglie campali, come nel nostro Cantone l’acceso dibattito su Europa e frontalieri, non producono in realtà nessun risultato: la discussione pubblica si avvita su se stessa, prima produce fuoco e fiamme, poi veleni e alla fine indifferenza. Inutile dire che questo è il brodo di coltura dei molti populismi, tanto bravi ad agitare e assai poco interessati a trovare soluzioni.

D’altra parte, i partiti tradizionali, che vedono svuotata la loro vita democratica interna, tendono ad identificarsi sempre più con la gestione del potere istituzionale e a concentrarsi sulla vittoria elettorale e il governo, abbandonando la società: essi svolgono la funzione di selezione del personale politico, ma non più quella di formazione e riflessione politica. Da partiti di attivisti, intellettuali e cittadini (oltre che di “clienti”) si trasformano in partiti di eletti attuali o potenziali, in cerca di visibilità, cariche e potere.

La questione del ruolo dei partiti è, dunque, uno degli elementi, e non certo il meno importante, della riflessione sulla democrazia rappresentativa del XXI secolo e sui modi per porla all’altezza di enormi sfide ed impedirne un sostanziale declino di fronte all’arrembante economia finanziaria globale. Si tratta, insomma, di provare a smentire quello che è ormai uno sconsolante detto comune: “La finanza internazionale governa, i tecnici amministrano e i politici vanno in televisione”.