Polizia unica: ma il difetto era nel manico?

di Gianrico Corti, membro del Gran Consiglio

Dopo parecchie ore di dibattito in Gran Consiglio attorno al tema della polizia unica, ha sorpreso tutti, magari spiazzato molti, la conclusione espressa dal consigliere di Stato Norman Gobbi. Sull’aspetto della procedura, vi è stata incertezza nell’interpretare l’art. 105 della Legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato.

Quella norma che illustra uno degli strumenti dell’azione parlamentare a disposizione dei deputati: la mozione. Vale a dire una proposta scritta indirizzata al Consiglio di Stato con l’invito a «prendere un provvedimento di ordine generale». Perché da lì si è partiti, da quell’atto ne è seguito un messaggio governativo con una risposta per certi versi ambigua, rispetto a quanto per ora si è chiamati a fare, limitatamente ai compiti di polizia locale. Ad ogni deputato è consentito fare delle proposte. Tuttavia ho da subito avvertito che la mozione, che ha infiammato gli animi, caratterizzata da un lungo percorso e dibattito nella Commissione della legislazione, sfociata in un’interminabile serie di interventi in Parlamento, fosse davvero improvvida. È giunta nel momento sbagliato e il messaggio governativo non lo ha per nulla segnalato, con l’unica preoccupazione di sottolineare un indirizzo finale.

Fossimo giunti al voto, avevo pronta questa dichiarazione di voto: «La posizione del PS su questo tema non è unanime. C’è chi, come me, voterà per il rapporto di minoranza, che non significa essere contrari alla polizia unica. Significa però evitare una situazione schizofrenica. Mentre si è stabilita l’implementazione di otto regioni di polizia comunale, simultaneamente, senza sperimentare, si sostiene già la necessità di procedere con una polizia cantonale unica. Votare su un principio che equivale ad un guscio vuoto di contenuti, o poco ci manca, non è per nulla saggio. E non offre quella garanzia di ordine, di compiti chiari e di sicurezza che il cittadino si attende».

Ebbene, se è la sostanza che conta, al di là della forma e di ogni possibile interpretazione di umane reazioni, quanto ha scritto, nell’edizione di venerdì del Corriere del Ticino, il consigliere di Stato Norman Gobbi equivale ad un impegno, ad una pubblica promessa. Interessante, da seguire con attenzione. Per nulla distante da quanto, ragionevolmente, si è messo in rilievo nel rapporto che mercoledì scorso in Parlamento fu presentato con la denominazione «di minoranza».