Lo spessore umano e culturale di un grande politico

Intervista pubblicata il 13 aprile 2015 sul “Giornale del Popolo”
a Pietro Martinelli

Alla ricerca del socialismo (che sembra quasi) perduto

Oggi il Partito socialista ticinese affronta uno dei suoi congressi più delicati e difficili, in un momento di crisi dei partiti tradizionali. Abbiamo colto l’occasione per conversare con un militante che non si arrende e ragiona.

Lei è stato tra i leader più autorevoli del socialismo ticinese sin dagli anni ’70 del secolo scorso. Dopo la caduta del Muro e la fine del socialismo allora definito «reale», nonché dopo l’invalidazione delle teorie del socialismo «scientifico» (superamento delle classi sociali, fine della proprietà privata), negli anni ’90 e nel primo decennio del 2000 a quali modelli di socialismo lei si è avvicinato e ispirato?

Nessuna idea che è nata come risultato del cambiamento delle “forze e dei rapporti di produzione” , dopo aver subito “i duri colpi della storia” va considerata “morta per sempre”. Eventualmente va considerata morta “per ora, per noi, per quel che riguarda la nostra vita” (che è molto corta). Per esempio le idee della rivoluzione francese (liberté, égalité, fraternité) potevano sembrare morte dopo la Restaurazione del Congresso di Vienna di 200 anni fa, invece rinacquero con i movimenti sociali dell’800, con la rivoluzione sovietica, con le lotte partigiane. In occasione del Congresso di Vienna Metternich disse: «Gli abusi del potere generano le rivoluzioni; le rivoluzioni sono peggio di qualsiasi abuso. La prima frase va detta ai sovrani, la seconda ai popoli.». Né i sovrani, né i popoli lo hanno ascoltato ed era scontato. I cambiamenti delle forze e dei rapporti di produzione oggi avvengono con una accelerazione disumana, creando problemi enormi. Quale sarà, se ci sarà, il nuovo equilibrio è tutto da scoprire. Comunque le analisi marxiane restano un valido strumento per capire il mondo. Per quel che mi riguarda, dopo la fase confusamente “rivoluzionaria”, mi sono appassionato al riformismo, alla capacità di collaborare anche con chi la pensava diversamente da me per portare avanti delle riforme della politica che i cambiamenti epocali che stiamo vivendo nella comunicazione, nell’informazione, nei trasporti, nella produzione, nei costumi rendono assolutamente necessarie.

(Noto, di passata, che i grandi ideali di libertà, uguaglianza, giustizia, ecc., sono una cosa, e l’illuminismo li ha ereditati dal cristianesimo; i teoremi «scientifici» del marxismo sono un’altra cosa). C’è un autore, tra quelli che lei frequenta, che oggi più la convince per le analisi della nostra società capitalistica globalizzata e per le proposte di uscita da questo sistema socio-economico?

In genere gli autori che frequento sono autori che aiutano a capire la realtà più che a dare delle soluzioni, delle proposte di uscita. Quindi più analisi che soluzioni. Partendo dalle “Semplici verità ai ticinesi” di Stefano Franscini, per arrivare fino a Gramsci, Bobbio, Veca, John Rawls, Bauman, Piketty. Ma anche il rapporto Kneschaureck del 1964 e il nostro Angelo Rossi di “Un paese a rimorchio” e “Dal Paradiso al Purgatorio”. Per contro oggi manca un progetto come poteva essere non tanto quello di Lenin della “dittatura del proletariato”, quanto quello di Gramsci dell’egemonia culturale, della repubblica dei produttori, che un certo PCI aveva portato avanti in Italia. Comunque, in mancanza per ora di un progetto e di leaders capaci di renderlo credibile, ritengo sia utile agire rispettando il principio di “minimizzare le sofferenze evitabili” e di portare avanti delle battaglie di giustizia su problemi singoli. Sono semi che al momento buono possono produrre nuove idee capaci di indicare la strada.

È vero, come molti analisti sostengono (di recente in un’intervista anche Tito Tettamanti), che in molti Stati, tra cui in parte la stessa Svizzera, si sia realizzata una sorta di socialdemocrazia non dichiarata ma reale, con alto prelievo fiscale e ampia redistribuzione, che, per quanto in crisi di sostenibilità, avrebbe in un certo senso «esaurito» il ruolo dei partiti e movimenti socialisti?

È vero che l’Europa ha conosciuto “Les Trente glorieuses” che hanno portato un po’ di giustizia sociale, di libertà negative non tanto dai condizionamenti dello Stato quanto dai condizionamenti della povertà, dell’ignoranza, della malattia….Ma, a partire dagli anni Ottanta, quelli della Tatcher e di Reagan, questa tendenza venne capovolta e le sue realizzazioni vennero sempre più minacciate dalla concorrenza fiscale, dall’elusione e evasione di imposta e dalla globalizzazione che ha esautorato buona parte del potere dei Governi nazionali.

Che ruolo possono avere oggi i socialisti in un Governo cantonale (ma la domanda si ri presenta in termini simili anche a livello federale) dominato da forze che sembrano avere un’agenda per molti versi diversa da quella del PS?

Il problema delle minacce al pianeta, il problema della sempre più iniqua ripartizione delle risorse, il problema di un Occidente sempre più vecchio e spopolato e di un Africa sempre più giovane e popolosa, il problema della perdita di credibilità della civiltà occidentale con una rivolta violenta mascherata da confronto religioso alle nostre porte sono un scenario minaccioso che riguarda anche la Svizzera, anche il Ticino. Quando ero in Governo ogni tanto si discuteva anche di queste cose e non era una perdita di tempo, anzi. In particolare quando si preparano le linee direttive serve ad ampliare gli orizzonti, a guardare oltre il proprio orticello immaginando un futuro che interessa direttamente anche noi e in questo campo la cultura di sinistra ha certamente la sua parola da dire. Per quel che riguarda le proposte concrete se c’è la volontà di discutere anche l’agenda può essere rimessa in discussione, influenzata, modificata: basta avere la documentazione, gli argomenti e la capacità di conciliare alcuni tuoi obiettivi con alcuni obiettivi di qualcuno degli altri partner di Governo. Nella mia ultima legislatura non mi trovavo di certo in un Governo orientato a sinistra eppure per me fu la legislatura più prolifica (assegni famigliari,aiuto e cura a domicilio, armonizzazione delle prestazioni sociali, per citare i principali). L’obiettivo presentato non era “più socialità”, ma una socialità più mirata, più razionale e il sostegno alle famiglie. Cose condivise anche dalla destra liberale e dal PPD. Capisco che dipende molto anche dalle persone e dalle circostanze e che non sempre le cose vanno nel senso desiderato. Comunque nulla nella politica come nella vita deve essere dato per scontato, molto dipende da te.

Che importanza hanno oggi i sindacati nel rapporto con i partiti socialisti? In generale ma anche nella nostra realtà locale.

Nell’immediato dopoguerra, con il mondo diviso in due e il PCI impossibilitato ad arrivare al Governo (vedi Cile), i sindacati erano considerati in Italia la cinghia di trasmissione del partito nella società. Oggi a volte i sindacati danno l’impressione di consederare i partiti di sinistra una cinghia di trasmissione del sindacato nella politica. Le due funzioni devono restare distinte. I sindacati sono finanziati dai lavoratori e devono rispondere agli interessi immediati dei lavoratori. I partiti sono scelti in base a un progetto/ programma e devono rispondere al loro elettorato in base a cosa hanno fatto per realizzare questo progetto/programma e/o perché e come lo hanno modificato. Dopo, sindacati e partiti di sinistra devono colloquiare perché la società è una sola.

Tra gli eredi dei partiti socialisti europei, ce ne sono parecchi che riescono a restare da protagonisti sulla scena politica nei principali Stati: Italia, Spagna, Francia, Germania. Come li valuta, presi a uno a uno. Sono degli esempi anche per il socialismo nostrano?

L’adeguamento (correzione dei difetti compresa) e la difesa dello stato sociale con una fiscalità equa restano gli impegni di base delle socialdemocrazie e in questo campo ognuno può imparare dall’altro. Poi ci sono i progetti per il futuro, il progetto di una Europa federale (e non confederale) che sappia difendere a livello mondiale la propria economia, ma anche la propria “visione del mondo” costruita su una storia millenaria che parte dai greci, passa dai romani, dal cristianesimo e arriva all’illuminismo e alle socialdemocrazie, ma costruita anche sui dolori di guerre sanguinose quali il resto del mondo non ha conosciuto. Questo deve essere a mio parere “il progetto” più che “l’ideologia” per il futuro. Sull’Europa federale le divisioni e la voglia di chiusura restano molto forti anche a sinistra. Qui va fatto il lavoro più importante, con pragmatismo, ma con coraggio.

Globalizzazione vuol dire anche sempre maggior interdipendenza tra il nostro e molti Paesi che vivono situazioni economico-sociali di diffusa miseria (anche se certi studi proverebbero che la globalizzazione sta facendo diminuire la fame nel mondo). Cosa resta in piedi delle vecchie analisi in termini di sfruttamento neocoloniale? Come deve sentirsene toccato un partito socialista locale (per lo meno a livello svizzero)? Oggi sembra assai poco, dopo che si sono spente voci per tanti aspetti esasperate e ideologiche ma certamente generose come quella di un Jean Ziegler…

Le colonie soprattutto in Africa e, in modo diverso, in medio Oriente, non hanno ancora finito di essere colonie. La globalizzazione ha ridotto la fame nel mondo inserendo nel ciclo produttivo paesi che ne erano esclusi. Ma non ha diminuito la povertà (“fame” è diverso da “povertà”) perché in tutto il mondo la globalizzazione ha favorito i ricchi e penalizzato i poveri, aumentando in modo esponenziale le disuguaglianze. Le voci di denuncia di questa deriva del neoliberismo sono tutt’altro che spente. Incominciando dalle battaglie dell’OCSE contro il segreto bancario e contro l’evasione fiscale, per arrivare a quelle di diversi movimenti che combinano la denuncia con azioni di solidarietà. L’AMCA del nostro Franco Cavalli (a volte non sono d’accordo con quello che dice, ma sono -quasi- sempre d’accordo con quello che fa) ne è un esempio.

Dai nostri sondaggi è emerso che circa il 40% dei giovani ticinesi che si affacciano sulla scena politica scelgono la Lega, pochissimi il PS. Perché, secondo lei, l’attrattiva che il tema dell’uguaglianza -cavallo di battaglia socialista- ha sempre esercitato sui giovani, sembra venir meno? Perché invece molti giovani negli ultimi anni hanno optato per i partiti di estrema sinistra?

Che a quei giovani che sono portati all’idealismo (altri nascono già “vecchi”) piacciano idee di rottura con il passato, un po’ estreme, siano esse di sinistra o populiste (ma in alcuni casi anche di destra) è del tutto naturale. È un modo valido per confrontarsi dialetticamente con i loro padri e con una società che vedono molto imperfetta. L’importante, da parte dei “padri” è accettare la sfida, discutere con loro, portare argomenti, contrastare le soluzioni facili quindi ingannevoli del populismo, dimostrarsi coerenti e autorevoli. Poi andranno giustamente per la loro strada, ma gli anziani avranno svolto il loro ruolo di trasmettere la loro parte di conoscenza. Per quanto riguarda la sinistra certamente l’implosione dell’esperienza sovietica l’ha privata del carisma che deriva dall’essere portatrice di una utopia. Ma altre utopie stanno nascendo attorno ai temi di libertà e di uguaglianza e mi sembra di assistere a una rinascita della consapevolezza dell’importanza della politica. Forse mi illudo, ma prima o poi (per fortuna) sarà inevitabile. Speriamo prima che sia troppo tardi.

Claudio Mésoniat