La tassa comunale sull’illuminazione pubblica… è proprio legale?

di Bruno Storni, membro del Gran Consiglio

La recente revisione della Legge d’Applicazione sull’approvvigionamento elettrico (La-Lael) ha trasformato la tassa comunale votata dal Gran Consiglio nel 2009 (e bocciata dal ricorso Ghiringhelli) di 2 cts/kWh a carico diretto del consumatore per l’uso speciale che le aziende elettriche fanno del suolo pubblico in un affitto compreso fra 0,8 e 1,1 Fr./mq in base alla superficie stradale del comune, affitto che comunque, in definitiva, pagano ancora i consumatori.

Per compensare il minor introito ai Comuni è stata creata una nuova tassa di 1cts/kWh pagata dai consumatori tramite il Fondo per le Energie rinnovabili (Fer), un importo globale di circa 10 milioni che i Comuni devono destinare all’efficienza energetica. Ora, malgrado queste tasse comunali sui consumi di elettricità, diversi Comuni reintroducono un’ulteriore tassa a carico dei consumatori in funzione del consumo 0,5 cts a 1 cts/kWh per finanziare l’illuminazione pubblica (Ip), basandosi sull’Art. 14 b La-Lael che permette tasse comunali per prestazioni del gestore di rete. Queste tasse devono comunque essere conformi al diritto federale rispettando i principi di causalità, equivalenza e proporzionalità in materia di pubblici tributi. La “causalità” richiede che un dato servizio venga pagato in funzione dell’uso che il singolo ne fa. Si vuole con questo far pagare i servizi il cui costo per l’ente pubblico è direttamente proporzionale al consumo che il cittadino ne fa, per esempio lo smaltimento rifiuti, la depurazione acque o i servizi di cancelleria.

È evidente che non c’è nessun nesso causale o connessione tra il consumo di elettricità nei nuclei domestici o nelle aziende e l’uso e i costi dell’Ip, il cui utilizzo da parte dei cittadini non è nemmeno misurabile. Non è riducendo i consumi di elettricità in casa che si riducono gli sprechi nell’Ip, i cui costi sono unicamente determinati dalla gestione più o meno efficiente del Comune o dell’azienda elettrica.

La “proporzionalità” pure non è rispettata perché i consumi di energia elettrica dipendono dalla tipologia delle abitazioni o delle attività aziendali. La Confederazione definisce 8 categorie di consumo di elettricità per nuclei familiari e 7 per aziende. Nello specifico si passa da 1’600 kWh/anno per un appartamento di 2 locali, ai 2’500 kWh per un appartamento di 4 locali, ai 25’000 kWh per un casa monofamiliare con riscaldamento elettrico diretto. Chi abita edifici con riscaldamento a nafta pagherà quindi nettamente meno al Comune per l’Ip di chi ha il riscaldamento elettrico. Un 4 locali riscaldato a nafta arriverà a pagare per l’Ip 25 Fr./anno, chi abita invece una casa monofamiliare con riscaldamento elettrico (base tassa Ip 1cts/kW) ne pagherà 250.

Le differenze sono ancor più marcate per le attività commerciali e artigianali dove i consumi di elettricità variano moltissimo a dipendenza dei macchinari e dell’edificio.

È quindi chiaro che la tassa Ip non rispetta i principi di causalità e proporzionalità e lede il diritto federale.

Più che tassare in modo improprio l’Ip (un servizio che come strade e marciapiedi deve essere finanziato tramite le imposte!) i Comuni dovrebbero adoperarsi maggiormente per ridurre gli sprechi e i costi dell’Ip, che in Ticino è tra le meno efficienti del Paese con un’alta presenza di energivore lampade al mercurio. Proprio a questi scopi incassano 10 mio all’anno dal Fer e recentemente sussidi ProKilowatt. Quanto alla certezza del diritto della nuova tassa declamato dai Comuni… andiamoci cauti: gli esempi contrari si sprecano, a cominciare dal “ricorso Ghiringhelli” che ha mandato a picco una legge del Gran Consiglio, al fatto che per anni le aziende elettriche ci facevano pagare l’Iva sulla tassa comunale, per arrivare alla recentissima decisione del Tribunale federale secondo cui sul canone radiotelevisivo non si doveva pagare l’Iva, come invece facciamo da ormai 20 anni. Piuttosto i Comuni applichino la causalità al 100% laddove la certezza del diritto c’è, vedi rifiuti.