«Con i Verdi la discussione partirà presto»

Intervista pubblicata il 4 maggio 2015 sul “Corriere del Ticino” a Saverio Lurati, Presidente del Partito Socialista e membro del Gran Consiglio

Il presidente del PS a tutto campo: su alleanze, franchi tiratori e l’esempio di Cattaneo

A due settimane dalla sconfitta elettorale nella corsa al Governo e al Parlamento, dopo un lunghissimo tira e molla e un silenzio assordante da parte del vertice, il presidente del PS Saverio Lurati è tornato a parlare sabato per dire: «Rimango». Il suo mandato giunge a scadenza a marzo 2016, alla vigilia delle elezioni comunali, ma lui chiuderà la sua avventura alla presidenza il prossimo 31 dicembre. Poi, a gennaio, il congresso designerà il suo successore. Le elezioni federali del prossimo 22 ottobre non sono molto lontane, la lista andrà approvata il 13 giugno e Lurati sarà sì chiamato a lavorare con chi gli ha testimoniato fiducia e stima, ma anche con molti franchi tiratori. Ieri ci ha aperto le porte di casa sua a Canobbio, per una chiacchierata a tutto tondo sul PS, sull’area progressista, sui Verdi usciti male dalle elezioni e sull’impronta da dare al futuro della sinistra. È ora di cambiare generazione, o questo mutamento è già in atto? Più che un presidente, ci ha detto Lurati, occorre un progetto.

Quelle trascorse sono state le due settimane più intense della sua vita politica?

«Intense certamente, ma non le più intense che abbia mai vissuto. Nell’area di sinistra momenti come questi non sono poi così eccezionali».

Il mandato a disposizione, le dimissioni presentate top secret alla direzione e ora, contrordine compagni al grido «Rimango». Un bella capriola all’indietro. Un pasticcio in salsa socialista?

«Può darsi che qualcuno la veda in questo modo. Non ho problemi a dire che in un certo momento mi sono sentito in difficoltà, non dal profilo politico, ma personale e familiare. Se fossi solo io a pagare non avrei problemi, ma quando a pagare sono anche i tuoi affetti, allora è forse il momento di dire basta. Poi è stata manifestata per me fiducia e stima, chiedendomi di non mollare. Ho detto che prima volevo sentire il Comitato cantonale. A stragrande maggioranza ha detto di andare avanti e fare un congresso a gennaio. Io ero un presidente di transizione ed è sempre stato chiaro il mio ruolo. Oggi il PS più che un presidente ha bisogno di un progetto, individuando poi la persona più adatta per condurlo. Il confronto deve essere sulle idee e non sulle persone».

Quando dice che a pagare erano i suoi affetti, pensava alla figlia Tatiana?

«Anche a Tatiana, che viene guardata da qualche parte come arrivata perché figlia del presidente. Ma questi critici hanno la memoria corta. Quando Tatiana era entrata in Consiglio comunale a Canobbio io ero uscito e quando io sono diventato presidente lei ha lasciato la direzione del PS. Ora la Commissione cerca l’aveva ritenuta adatta per la corsa al Governo. Cosa devo fare, frenare per tutta la vita mia figlia?».

Avevate in mente un’operazione trasparenza: ma tra silenzi, sedute a porte chiuse e un Comitato cantonale tenuto all’oscuro delle sue dimissioni durante una discussione che si voleva franca, pare una grande presa in giro. Come replica?

«Con il senno di poi avremmo dovuto fare diversamente. La direzione ha voluto dare la possibilità al Parlamentino di fare una discussione più approfondita possibile. Se fosse stata posta in principio la questione delle dimissioni ciò non sarebbe stato possibile e avremmo perso un’occasione. E con il senno di poi non escluderei più la stampa dalla discussione. Ma quando voi siete presenti ci sono delle prime donne che danno il meglio di sé e altri più timidi che non osano. Tutto qui».

Attestazioni di fiducia, responsabilità e federali alle porte. Sono alcuni motivi per restare. Lurati è indispensabile?

«No, per nulla, non c’è nessuno di indispensabile. Ma ci sono anche questioni pratiche. Il PS non si è fermato a leccarsi le ferite, la macchina elettorale per le federali è già avviata. Cosa facciamo? Buttiamo tutte le energie nel cercare un presidente? Occorre essere pragmatici. Le discussioni interne sono utili e indispensabili, ma succhiano un sacco di energie che poi mancano altrove».

E ora che cosa fare?

«Abbiamo delle forze, anche nuove ed emergenti. Allora dico che le idee si manifestino e democraticamente si decida. Un partito che lavora per il futuro non può focalizzarsi solo su un appuntamento elettorale».

Pensa a un esempio in particolare?

«Vediamo cosa ha fatto Rocco Cattaneo per il PLR, facciamo astrazione dalla sua politica che non condividiamo. Ma Cattaneo ha fatto un tipo di scelta profilata e coraggiosa, uscendo con un risultato decente alle cantonali, ma il progetto non finisce qui. Anzi, ora comincia».

Rimane al timone, ma nella direzione del PS verrà avviato un cambiamento. Se non è un controsenso, cos’è?

«Certi cambiamenti sono d’obbligo perché chi ha lasciato va sostituito e l’idea è di fare spazio ai giovani che abbiano una visione un po’ diversa. Non c’è nessun controsenso».

In direzione c’è chi le avrebbe fatto la festa già il 19 aprile. Potrà ancora lavorare con queste persone o spera che siano le stesse a togliere il disturbo?

«Questo lo so molto bene e le conosco da tempo. Con l’opposizione ci sono due possibili metodi: cancellarla facendo fuori chi non la pensa come te o conciliare per una crescita del partito. Per tre anni ho conciliato. Gettare energie per una resa di conti non credo valga la pena, dato che io resterò fino a fine anno. Se poi i giovani che entreranno saranno più vicini a queste idee il presidente ne terrà conto, come pure la direzione. Ma ricordo che la campagna per le federali è la continuazione di quella delle cantonali. I mezzi finanziari sono quelli che sono e non buttiamo ora tutto all’aria. Già nel sindacato ho imparato a lavorare con un’opposizione all’interno, nel partito faccio fatica quando le cose escono prima di essere discusse in direzione. Io ne faccio una questione di correttezza. Tutto qui. Sarò gentile: prima di dire certe cose bisognerebbe imparare a contare fino a dieci».

Non teme una scissione a sinistra?

«Certo che mi fa paura. Ma soprattutto non vedo le condizioni per questo scenario. Le distanze tra la linea attuale e quella che vuole essere una sinistra più militante sono impercettibili. Se c’è una critica che io ho subito è quella di essere più ripiegato sul sindacato. Nell’ultimo anno il PS ha fatto tre manifestazioni di piazza e promosso referendum e iniziative. Cosa che la sinistra per troppo tempo si era dimenticata di fare. Non ho capito bene cosa dovremmo fare».

Magari lasciare il Governo e passare all’opposizione?

«Tutto è possibile. Ma ritengo che avere un’opposizione di Governo sia indispensabile. Se sei nell’Esecutivo hai modo di dire la tua. Se sei fuori, sei fuori».

Ha detto che Gioventù socialista è in crescita e che con il PS sta lavorando bene. Il nuovo presidente potrebbe arrivare dal vivaio del PS?

«Perché no? Personalmente non ho preclusioni di natura. Nei Grigioni il PS ha un presidente giovanissimo. Ma nel PS c’è uno zoccolo fedele di teste grigie. Non bisogna dimenticarlo».

Né socialisti né ecologisti possono alzare la cresta dopo il flop delle cantonali. È il momento per tentare di riallacciare i ponti nell’interesse dell’area politica progressista?

«Sgombriamo il terreno da dubbi o dicerie. I miei rapporti con Sergio Savoia sono sempre stati cordiali e io con lui non ho problemi di nessun tipo nel discutere. Non ci sono nel nostro vissuto delle scorie da smaltire in partenza. E poi alle nazionali dobbiamo andare uniti, è una necessità contingente. Certamente non potremo farlo ad ogni costo. Sul 9 febbraio occorrerà trovare un punto d’incontro».

Ma a sinistra c’è chi dice che i bilaterali vanno congelati, come Raoul Ghisletta. Lei ci starebbe?

«In politica a volte si ha la memoria un po’ corta. Io la battaglia contro i bilaterali l’ho fatta quando abbiamo votato la prima volta e l’ho fatta al congresso nazionale di UNIA e sono finito in minoranza, prendendomi anche del razzista. Ne ho preso atto. Le cose che sta dicendo qualcuno oggi, io le dicevo 8 anni fa. Poi sentire parlare oggi di congelare, farà presa, ma a me fa sorridere. È la situazione che abbiamo dal 9 febbraio».

Con i Verdi sono già previsti degli incontri, magari con dei mediatori per stemperare qualche ruggine?

«Qualcuno penserà il contrario, ma in direzione non siamo tanto sprovveduti. Abbiamo già incaricato un gruppo deputato a discutere con gli ecologisti per le elezioni di ottobre. La discussione partirà presto. Non servono mediatori, siamo grandi e vaccinati. Preciso che in questo gruppo il presidente non sarà presente. Ma non è un accordo che si fa in poche ore e non deve essere per forza pronto per il giorno in cui presenteremo la nostra lista. Le cose andranno fatte bene».

Qual è l’errore che ha fatto alle cantonali che si guarderà bene dal replicare alle federali d’ottobre?

«Non ho grossi rimpianti. Ma mi sono illuso che a livello di sezioni locali vi fosse ancora una sufficiente vitalità. Alla prova dei fatti devo dire che questa non l’ho trovata. Non si poteva fare tutto, per questo appuntamento abbiamo badato a rilanciare Gioventù socialista e i risultati ci hanno dato ragione».

Gianni Righinetti