«Il PS andrà avanti in Gran Consiglio»

Intervista pubblicata il 10 aprile 2015 sul “Corriere del Ticino”
a Christian Levrat, presidente del Partito Socialista Svizzero

Il presidente nazionale dei socialisti confida di aumentare i seggi rispetto al 2011

Dopo la verde Adèle Thorens e il popolare-democratico Christophe Darbellay, la serie di interviste con i presidenti dei principali partiti nazionali prosegue oggi con il socialista Christian Levrat.

Dopo le elezioni di Basilea Campagna e di Lucerna, con quale spirito affronta le due prossime tornate elettorali, a Zurigo il 12 e in Ticino il 19?

«Con estremo impegno e serietà. A Lucerna abbiamo condotto una buona campagna elettorale, e anche in Ticino e a Zurigo le cose si stanno evolvendo in maniera positiva. Per i Parlamenti cantonali i risultati ottenuti finora sono stabili, persino in lieve progressione – a Lucerna il partito ha ottenuto il miglior risultato della storia del cantone – per cui sono sempre stato e resto ottimista».

Per le elezioni del Consiglio di Stato però le cose non sono andate molto bene. Un segnale?

«No, anche se è vero quello che dice. Non dimentichi però che, a parte il Ticino, tutti gli altri cantoni eleggono i loro Governi col maggioritario, un sistema che non ci favorisce, visto che dobbiamo fronteggiare spesso una coalizione di partiti di destra. Per fortuna non sarà il caso in Ticino, l’unico cantone appunto che applica ancora il sistema proporzionale, per cui non ho alcun timore di perdere il nostro seggio nell’Esecutivo».

Manuele Bertoli verrà confermato?

«Nessun dubbio in proposito: Manuele Bertoli, che è bravo e ha fatto un ottimo lavoro, verrà confermato. E progrediremo anche in Parlamento, come è stato il caso finora nel 2015».

Il Ticino ha fatto scalpore il 9 febbraio 2014 accettando in massa l’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Il problema ora è metterla in pratica. Il PS su che posizione si colloca?

«Prima di tutto ci vogliono riforme sociali per rispondere alle incertezze e alle paure espresse il 9 febbraio. Qui non è cambiato niente per cui il PS si batte con assiduità: protezione di salari, creazione di alloggi a pigione moderata e rafforzamento della formazione e del perfezionamento. Riguardo l’applicazione dell’articolo 121, credo che il Consiglio federale stia avanzando nella giusta direzione. Afferma chiaramente che l’iniziativa dovrà essere applicata in modo compatibile con gli accordi bilaterali con l’Unione europea, in particolare di quello sulla libera circolazione delle persone. Questo significa che ogni modifica della nostra legislazione interna dovrà implicare un’evoluzione di questo accordo, per cui i negoziati con Bruxelles in questo momento sono prioritari. Il PS in questo momento è l’unico partito tra tutti che difende questa posizione. Da due mesi sto cercando disperatamente di sapere cosa ne pensano il PLR e il PPD, ma invano, ché nel migliore dei casi o tacciono o si contraddicono da un’intervista all’altra».

Il Consiglio federale però nel frattempo, proprio a causa dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, ha deciso di sospendere il rafforzamento delle misure di accompagnamento, cosa che ha suscitato parecchio malumore a Bellinzona. A torto?

«No, al contrario: assolutamente a ragione. Credo che a Berna non abbiano la più pallida idea di quello che sta accadendo in Ticino. Sono scioccato di vedere i partiti di destra e centrodestra, dall’UDC passando per il PLR e arrivare al PPD, negare con forza la necessità di rafforzare le misure di accompagnamento. Usano il franco forte per sabotarle, ma non si rendono conto che sono legate e che vi è urgenza di agire. In particolare in Ticino, un cantone che subisce gli effetti di questi due problemi quattro volte: coi frontalieri, per le conseguenze negative sull’industria di esportazione, come destinazione turistica, per il turismo degli acquisti. Impossibile in queste condizioni non condividere il malcontento del Governo ticinese e della Deputazione alle Camere. Li abbiamo sentiti recentemente in commissione; ci hanno fatto un discorso chiarissimo: bisogna agire, bisogna rendersi conto della situazione particolare del Ticino, a qualche chilometro da una delle più grandi metropoli europee e a contatto con una delle regioni più ricche. Personalmente mi sono impegnato affinché si facessero dei passi avanti e si prendessero dei provvedimenti a favore del cantone. Per esempio il pagamento dei salari in euro deve essere vietato. È anche indispensabile proteggere meglio i lavoratori toccati dal licenziamento. Ma purtroppo questo discorso, per l’opposizione di principio dei partiti di centrodestra, ha difficoltà a passare a Berna».

Colpa del Ticino, di Berna o è una difficoltà generale dei cantoni periferici?

«Non direi che sia una caratteristica specifica del Ticino, ma più generale; quello che trovo specifico del vostro cantone è che, malgrado abbia una deputazione schierata decisamente a destra, abbia molte difficoltà a farsi ascoltare proprio nei partiti di destra e centrodestra. Resto sempre stupito dal fatto che molte delle posizioni del Governo ticinese, che sicuramente non è di sinistra, e della Deputazione sono vicine alle nostre. Il rafforzamento delle misure di accompagnamento e le misure da prendere contro il rafforzamento del franco ne sono solo un esempio».

Il suo collega Christophe Darbellay ha affermato durante un’intervista a questo giornale che bisogna riconnettere il Ticino alla Svizzera e la Svizzera al Ticino. È d’accordo?

«Naturalmente sì, purché finalmente il PPD e gli altri partiti borghesi superino i discorsi preelettorali e si faccia qualcosa di concreto. E proprio il PPD è tra i partiti, assieme a UDC e PLR, che rifiuta di rafforzare le misure di accompagnamento. Il recente patto tra questi tre partiti prevede appunto questo, più altre misure che sicuramente aggraverebbero la situazione del Ticino e dei ticinesi. Non serve a nulla volere il dialogo, voler riconnettere il Ticino alla Svizzera, volere ritrovare una maggiore coesione nazionale, e poi non ascoltare e soprattutto non dare risposte a una parte importante della Svizzera».

È anche per questo che il Ticino si sta chiudendo sempre più su se stesso?

«Comprendo la reazione, ma non può essere la soluzione. Comprendo che questo sentimento di insoddisfazione, di esasperazione, di essere lasciati da soli e abbandonati di fronte ai problemi, ma bisogna anche avere il coraggio di dire finalmente ai ticinesi la verità: abolire gli accordi bilaterali con l’UE è impossibile, ché la nostra economia ne è dipendente in maniera troppo importante. Quello che per contro bisogna fare, e che i ticinesi hanno il diritto di pretendere, è che sia fatto tutto quello che è in nostro potere per ridurre il più possibile i loro effetti e le loro conseguenze. Noi come PS ci proviamo, gli altri non mi sembra».

Rocco Bianchi