«Nessun veto, né riforme interminabili»

Intervista pubblicata il 31 marzo 2015 sul “Corriere del Ticino”
a Manuele Bertoli, candidato al Consiglio di Stato

Il direttore del DECS parla di scuola, di chi critica, di docenti e di multiculturalità

Manuele Bertoli, classe 1961, è stato eletto in Consiglio di Stato nel 2011 e dirige il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport. Cosa ha fatto in quattro anni? È riuscito ad accontentare tutti? E cosa è cambiato nella scuola? Il Corriere del Ticino lo ha incontrato per tracciare un bilancio.

Qual è stato il suo principale successo in questa legislatura?

«Ne citerei due. La nuova legge per il sostegno alla cultura, che occorreva al nostro Cantone anche perché rappresenta gran parte di una delle quattro regioni linguistiche svizzere. Sono poi soddisfatto di aver riportato la scuola al centro del dibattito politico mediante l’avvio di alcune riforme».

E quale l’errore che mai più farebbe?

«Mi sono fidato troppo in qualche caso dell’idea secondo cui basta spiegarsi. Cito come esempio il progetto pilota, poi bloccato, inerente alla pausa di mezzogiorno alle medie di Cadenazzo e Cevio. Mi sono purtroppo scontrato anche con un’opposizione preconcetta».

Che scuola ha trovato 4 anni fa?

«La scuola ticinese è buona e lo era già al mio arrivo. Strutturalmente non ci sono rivoluzioni da fare, ma ci sono degli elementi che vanno migliorati, perché fermarsi in questo processo significa non rispettare il ruolo che compete a questa importante istituzione».

Come è cambiata sotto la sua direzione?

«Credo che le riforme messe in cantiere siano improntate a miglioramenti in ogni settore per gli allievi, i docenti e le famiglie. Le riforme scolastiche non si possono implementare in un batter d’occhio, non abbiamo a che fare con algoritmi, come per le riforme fiscali. Tante sono le persone coinvolte e da convincere, a partire dai docenti, perché poi sono loro “al fronte” a fare la qualità della scuola».

Uno dei suoi obiettivi era diminuire a 22 il numero massimo di allievi per classe. Il Parlamento ha detto no (e anche il popolo a un massimo di 20 allievi) approvando un piano B: il rafforzamento dei docenti d’appoggio. Un palliativo?

«La nostra proposta era più logica, più organica e più utile. Avevamo il sostegno dei docenti e delle famiglie, ma non abbiamo avuto il sì del Parlamento. La riforma del docente d’appoggio arriverà da settembre e sarà una decisione Comune per Comune. La questione della limitazione delle classi numerose rimane una delle precondizioni per un lavoro migliore. Vede, i Comuni difendono le classi piccole con le unghie pur di non diminuire le sezioni; ogni volta che si presenta lo scenario della soppressione di una classe il Comune dice no. Comuni che sono magari retti da Municipi i cui colleghi di partito in Gran Consiglio hanno bocciato il limite dei 22 allievi. Questi sono i paradossi della politica».

Attenzione agli allievi, ma anche ai docenti. Quelli delle comunali hanno beneficiato di aumenti salariali. Un regalo?

«No. Sui salari degli insegnanti siamo intervenuti dove le ingiustizie erano più evidenti e i docenti comunali erano quelli trattati peggio. Abbiamo anche abolito le penalizzazioni iniziali per tutti i nuovi insegnanti comunali e cantonali, oggi essi entrano in classi salariali superiori».

Il suo impegno non le è però valso il plauso del Movimento della scuola. La critica è pressante. Eppure questi rappresentano la sinistra. Non è un po’ imbarazzante per lei?

«Ho cercato da sempre un confronto franco e diretto con tutte le organizzazioni dei docenti. Oggi c’è anche un tavolo permanente sindacale al quale si dialoga. Contrariamente al solito ritornello, tutte le riforme sono precedute da lunghe e articolate consultazioni. A volte capita che si giri in tondo: quando si parla di contenuti c’è chi obietta che si deve intervenire sulle modalità, ma vale anche l’esatto contrario. Quello che non voglio è farmi imporre veti da nessuno e nemmeno che le riforme, pur con tutte le consultazioni del caso, durino un’eternità. Così porteremmo solo acqua al mulino dell’immobilismo, che non piace a nessuno».

Veniamo a «La scuola che verrà», la sua visione della scuola 2.0 non sta riscontrando molto entusiasmo. Colpa dei soliti brontoloni od occorrerà rivedere quel progetto ora in consultazione?

«Cinquemila docenti hanno ricevuto una e-mail personale chiedendo di rispondere a un questionario e stiamo facendo informazione. Se, come credo, ci sarà adesione sui principi, assieme si cercheranno le risorse per passare alla realizzazione. Purtroppo ho letto sulla stampa scritti che partono da presupposti che il progetto non contiene e alcuni esprimere una visione opposta: ma cosa si vuole? Tornare indietro e abolire la scuola media ripristinando ginnasio e scuola maggiore? A questo quesito si è risposto 40 anni fa. Guardiamo avanti: consolidiamo il progetto che oggi è in una fase intermedia, se ci saranno delle correzioni da fare le faremo, ma non facciamo l’errore di rimanere al palo. A maggio tireremo le somme della consultazione interna e a fine anno arriveremo con il rapporto finale».

La penuria di docenti ci accompagnerà anche in futuro?

«La minor disponibilità concerne solo le scuole elementari e alcune materie della Scuola media. Alle elementari sono certo che il problema sarà superato in un paio di anni. Da settembre al DFA partiranno un numero maggiore di abilitazioni e da 100 siamo passati a 180 liceali che si interessano alla professione di maestro».

E alle medie?

«Per la matematica abbiamo un po’ di carenza ed è per questo che abbiamo aperto la possibilità d’abilitazione per gli ingegneri SUP».

Docenti dall’Italia ne potrebbero quindi arrivare ancora?

«È chiaro che per completare gli organici, laddove in Ticino non riusciamo a trovare docenti, questo bacino è sempre una possibilità.
Ma di fatto noi facciamo capo a docenti italiani solo quando non c’è offerta di docenti residenti».

La scuola riesce a gestire la multiculturalità?

«Ho fatto il giro di tutte le scuole cantonali e quando sono stato alla Media di Chiasso sono stato accolto con un saluto in una trentina di lingue. Il messaggio era che quella scuola è così perché Chiasso è così. La multiculturalità è una realtà della società e la scuola la deve considerare, non si scappa, perché la scuola riflette la società in cui opera. Interpretiamola al meglio per coglierne l’elemento di ricchezza e non solo i potenziali problemi che può comportare».

Dal 1. gennaio il Ticino ha una nuova Legge sul sostegno alla cultura. A cosa servirà?

«A dare dignità a questa politica, che lo merita. Ma soprattutto servirà a fare dialogare le politiche culturali del Cantone, delle città, dei privati. Abbiamo bisogno di una politica culturale ticinese complessiva. Così faremo l’interesse del pubblico, mediante scelte qualitative ed evitando possibili doppioni».

Ce la faremo a salvare la lingua italiana e a evitare che la terza Svizzera venga snobbata dalla prime due?

«Non so, ma dobbiamo fare il possibile. Per questo abbiamo creato il Forum per l’italiano, che funge da interlocutore per l’italianità. Il fatto che in Svizzera si sia aperta una discussione sulle lingue va bene per farci sentire e sottolineare che la Svizzera non è bilingue. Senza combattere non otterremo nulla».


«Con Norman è meglio non si parli di stranieri»

È vero che all’interno del Governo avete stabilito un patto di non belligeranza per evitare contrasti lancinanti sul finire della legislatura?

«Non ci sono patti, ma è stato concordato di non fare votazioni a un mese dalle elezioni. Il referendum sulla tassa di circolazione produrrà effetti dal 2016, va quindi bene votare a giugno. Non c’è niente di scandaloso: ricordo che a livello federale l’ultima scadenza prima delle elezioni va sempre in bianco».

Ma lei, che ha anche presieduto dal 2004 al 2011 il PS, il clima di campagna elettorale lo sente?

«È una campagna strana, più tranquilla di quanto immaginavo. Sono sorpreso e contento che si parli un po’ di temi politici. È vero che non si sente grande animosità, forse perché da tempo siamo nella logica della campagna permanente».

In Consiglio di Stato siete ancora pienamente operativi oppure l’agenda fitta di appuntamenti per aperitivi, dibattiti, distribuzione di santini e interviste, vi sta distraendo un poco?

«Siamo operativi, ma è chiaro che tutti abbiamo esaurito gli obiettivi del quadriennio. È quindi giusto che il Governo in carica non prenda impegni per il prossimo, che potrà agire da maggio».

A Sergio Morisoli, che vorrebbe i socialisti fuori dal Governo, come replica?

«Ha almeno avuto il coraggio di dire quello che tanti pensano e non dicono: puntare al maggioritario per far fuori i socialisti. Fa sorridere che noi, 1 consigliere su 5, si sia un problema. La prendo come un’attestazione di stima per la qualità del lavoro svolto».

Le sue sensibilità sono state a volte in linea con quella di Laura Sadis. Le mancherà la ministra del PLR?

«Mi mancherà la parte di Laura del senso marcato dello Stato, della giustizia e dell’apertura. Mi mancherà meno la ministra delle finanze con la quale ho avuto anche discussioni sulle risorse».

E con i due leghisti c’è sintonia o piuttosto attriti?

«Non ho problemi personali con nessuno dei due. Ci sono però dei temi più difficili, ad esempio so che con Norman Gobbi di stranieri è meglio che non si parli, perché abbiamo concezioni molto diverse. Se penso a Claudio Zali, che ha portato la tassa sui posteggi e la tassa sul sacco dei rifiuti che personalmente avevo proposto anni fa, c’è sintonia perché sono interventi ambientalmente corretti».

Gianni Righinetti