Intervista a “La Regione”

Intervista pubblicata il 25 marzo 2015 su “la Regione”
a Manuele Bertoli, candidato al Consiglio di Stato

Si dice manchi oggi in Ticino una ‘cultura politica’. Condivide?

Non so se manchi davvero cultura politica, constato che vi sono diversi partiti che più che sui progetti politici si concentrano sul marketing, sulla comunicazione fine a sé stessa. Se i partiti non sapranno riprendere a parlare ai cittadini di progetti concreti, fattibili, seri e su come tradurli in pratica, sarà difficile recuperare lo scollamento attuale. Esiste anche una difficoltà abbastanza generalizzata nei cittadini a distinguere l’interesse generale dal proprio caso particolare. Mi capita abbastanza sovente di essere interrogato su temi che si scopre quasi subito venire dalla generalizzazione del proprio vissuto. Riuscire con i cittadini ad affrontare separatamente i dossier politici generali e i casi singoli, che spesso hanno delle loro specificità, non è semplice, ma va fatto.

Come giudica i rapporti fra Canton Ticino e resto della Confederazione?

I rapporti sono buoni, anche se a volte il Ticino politico nega questo fatto. È vero che su alcuni temi dobbiamo far capire ed insistere nello spiegare le nostre specificità, cosa che facciamo, come del resto fanno altri Cantoni con le loro, ma non si può dire che Berna sia disattenta. Se pensiamo solo agli investimenti e ai miliardi spesi dalla Confederazione per AlpTransit, credo che non ci si possa davvero lamentare, a meno di non volerlo fare per forza.

Ticinesi vittime o autolesionisti?

Più autolesionisti che vittime. Dare la colpa sempre agli altri è facile, lo fanno molto i bambini. Purtroppo è anche un atteggiamento che paga. Nel 2011 il popolo ha premiato proprio chi si presentava così, inducendo altri a seguire il cammino delle lamentazioni. Non bisogna essere ingenui, lamentarsi o ribellarsi ci può anche stare, ma solo quando non si ha la coda di paglia e ve ne sono solidi motivi. Altrimenti si finisce per ridicolizzarsi.

Come si conserva l’autonomia cantonale? Cosa non funziona oggi nel federalismo?

L’autonomia cantonale c’è eccome. In alcuni settori è un problema, per esempio nel campo dell’esasperata concorrenza fiscale. Vi sono degli ambiti dove è Berna ad avere in mano il volante della politica e i Cantoni hanno poco da dire; un esempio? Il diritto del lavoro, competenza federale per eccellenza, difficilmente riorientabile con sole misure cantonali di relativo dettaglio. Su queste cose dobbiamo insistere affinché la Confederazione intervenga in maniera decisa, se del caso affidando alle realtà cantonali delle competenze, come ha fatto per esempio con i salari minimi attraverso i contratti normali di lavoro.

Favorevole o contrario agli Accordi bilaterali con l’Ue?

Favorevole, con la necessità di rafforzare molto le misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone (salari minimi, convenzioni collettive, salari in franchi etc.). Siamo geograficamente al centro dell’Europa, l’Europa è il nostro principale partner economico, abbiamo bisogno di rapporti stabili con essa, molto più di quanto essa abbia bisogno di noi. Poi, si sa, come tutti i contratti, non si può pretendere che siano fatti nell’interesse di una sola parte. Noi possiamo però gestire gli elementi più delicati, come la libera circolazione delle persone, con delle norme interne, naturalmente se c’è la volontà di farlo. È su questa volontà che ci si scontra. Di recente ad esempio abbiamo visto il centro e la destra giustificare cose inaudite sul mercato del lavoro a seguito della questione del franco forte.

Valore aggiunto. Ci faccia un esempio.

Il settore farmaceutico legato alla ricerca. Le aziende ad alto valore aggiunto, che vogliono tutti in Svizzera e fuori da essa, potranno essere il nostro futuro economico solo se restiamo connessi con l’Europa. Senza apertura l’economia basata sulla ricerca, la tecnologia ce la possiamo scordare: nello splendido isolamento che alcuni vorrebbero questo futuro è una chimera. Di recente sono stato al Centro svizzero di calcolo di Lugano, dove lavorano scienziati che vengono da tutto il mondo; grazie a questo esso genera lavoro anche per i ticinesi, ma se dovessimo chiuderci e rendergli la vita difficile sull’arrivo di persone molto qualificate, potremmo perdere tutto.

Più o meno prestazioni dello Stato e perché?

Di più in alcuni settori, comunque non di meno. Io naturalmente penso in primis alla scuola, che abbisogna di più sostegno e risorse. Tutto questo accompagnato da un costante lavoro di ammodernamento e riorientamento dell’offerta statale in base ai nuovi bisogni.